L'analisi di Roma-Fiorentina 4-0: i giallorossi adesso volano. Classe, nervi e spirito
Impressionante prova di forza contro la Viola. La squadra ha ritrovato i leader e segue compatta l’allenatore. E la società?
(GETTY IMAGES)
Quando vedi esprimersi la Roma sui livelli che hanno reso un incubo la serata della Fiorentina all’Olimpico torna feroce il rammarico soprattutto per quella doppia, precoce eliminazione dalle coppe che la squadra di Gasperini ha sofferto contro il Torino e il Bologna in serate in cui si faceva la conta degli infortunati. Adesso che l’infermeria ha smaltito a poco a poco tutti i malandati e che, particolare da non trascurare, si è notevolmente abbassato il fastidioso rumore delle polemiche interne, la squadra sul campo sembra volare pur non avendo ancora né Soulé né Dybala al 100%.
La cooperativa del gol
La prova di forza contro la Fiorentina di Vanoli, che era reduce da sette giornate senza sconfitte, è stata travolgente, persino al di là delle quattro reti realizzate. Dal campionario è uscito di tutto: il colpo di testa di Mancini sul primo palo sul calcio d’angolo tagliato da Pisilli, l’azione corale rifinita da un difensore (Hermoso) a un esterno (Wesley), lo spunto individuale (Koné) trasformato in oro da un inserimento dentro l’area di un difensore centrale (Hermoso) e il colpo di testa in percussione in area dello stesso Pisilli su un gioiellino tecnico di esterno destro di Malen. Frutto di sapienti combinazioni e rotazioni tra reparti del calcio sempre avanguardistico di Gasperini. Ma della serata vanno ricordate anche le due traverse dello stesso olandese con due azioni in fotocopia - strappo da sinistra verso destra, doppia finta, tiro in diagonale deviato sulla traversa - oltre alle numerose azioni ficcanti giocate a 100 all’ora e magari non trasformate in palle-gol per qualche rifinitura un po’ approssimativa. Il rammarico si fa più largo anche a pensare alle occasioni capitate e non sfruttate in campionato, a quel Roma-Juventus che a sette minuti dalla fine della partita ristagnava nel doppio vantaggio, al doppio confronto con il Milan da cui si potevano ricavare sei punti e ne sono stati lasciati cinque sul campo, persino dalle sfide con l’Inter e col Napoli. A tre giornate dalla fine della stagione, la Roma è fuori dalle coppe, dopo aver lasciato il passo in entrambi i casi a una squadra inferiore, poi subito eliminata, e tiene invece ancora aperto il sogno Champions in campionato, dimostrando peraltro una condizione fisica che non sembra sostenere le giocate di nessun’altra rivale nelle prime posizioni. Le partite del weekend stanno lì a testimoniarlo. Per gli impacci di Como-Napoli, per quel senso di smarrimento che accompagna ogni partita del Milan da qualche settimana a questa parte, persino per le arruffate iniziative offensive della Juventus, fermata in casa dal Verona già retrocesso. Tutto questo significa essenzialmente due cose: che a Trigoria si continua a lavorare bene e che l’attaccamento della squadra nei confronti del proprio allenatore è a prova di calunnie. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la squadra da un paio di settimane sembra essersi liberata di un fardello, e non che tale fardello fosse Ranieri, semmai lo erano le striscianti fino a un certo e poi palesi polemiche derivate da quella sofferta convivenza.
Le mosse tattiche
Entrando nel merito della partita con i viola, Gasperini ha scelto stavolta di tenere basso Pisilli al fianco di Koné in mediana per alzare Cristante in marcatura su Fagioli, il play del 433 di Vanoli, con il solito baricentro alto garantito dalle pressioni estreme dei quinti sui due terzini e dei due attaccanti sui centrali viola. Dunque 3412, con Cristante trequarti e due punte, e non 3421 come un po’ frettolosamente tanti giornali hanno scritto prendendo per buono lo schieramento con Pisilli e Soulé dietro Malen: per definire un sistema di gioco bisogna per forza far riferimento alla prima fase di non possesso, altrimenti non esisterebbero 433 o 442 o 4231, perché, per esempio, nessuna squadra imposta con quattro difensori in linea. Per qualche minuto la Fiorentina ha provato a ingarbugliare il piano strategico dei giallorossi, ma con le continue rotazioni i viola hanno finito per smarrire la loro identità in possesso e come spesso accade i ragazzi di Gasperini in poco tempo hanno preso le misure e riconquistato porzioni sempre più generose di campo. Sbloccare il risultato dopo 13 minuti ha indubbiamente facilitato il compito dei romanisti, il raddoppio quasi immediato ha messo la strada definitivamente in discesa e a poco a poco la Fiorentina è sparita dal campo. Nel secondo tempo Gasperini ha pensato di aiutare Mancini, togliendolo dalla marcatura dello sfuggente Solomon, tenendo un po’ più basso Celik per marcare l’israeliano, con Mancini dirottato più alto su Ndour e Soulé a disturbare l’impostazione di Gosens. Piccola variazione sul tema: ma l’efficacia è rimasta inalterata.
Il grido d’amore
Quello che infatti fa la differenza in questi casi non è tanto l’accorgimento specifico, anche se aiuta, ma la disponibilità, lo spirito di gruppo, la concentrazione, e l’attenzione che rendono poi le qualità singole, di reparto e di squadra incontenibili in assoluto. E in modo particolare per chi non solo paga un gap tecnico evidente, ma magari affronta pure la partita con motivazioni psicologiche meno stringenti. Se Fagioli è il leader di questa squadra, vederlo così rassegnato nell’azione che ha di fatto chiuso la partita, con il dribbling sul fondo di Koné a doppia velocità e l’assist per Hermoso come fosse un centravanti, ha spento con un clic anche le eventuali, residue motivazioni che qualche giocatore della Fiorentina poteva ancora avere in quel momento della partita. E qui torniamo a quello che invece Gasperini è in grado di dare a un gruppo e a quello che quel gruppo trova piacere a restituirgli. Che Gasperini non sia un simpaticone sempre pronto alla battuta lo sanno tutti, ma che sia uno straordinario maestro di calcio è altrettanto innegabile. E i giocatori annusano le capacità di un tecnico e sanno quando è opportuno mettersi a disposizione di un professionista che sarà sicuramente in grado di migliorare le loro carriere. È questo il mood di Gasperini. Ed è una colpa non capirlo e non assecondarlo. Questo vale per i ragazzi che giocano per lui e per i dirigenti che lavorano al suo fianco per migliorare la squadra. È questo il senso di quella specie di grido di apparente ribellione: o riusciamo a fare il calcio che ho in mente oppure sarebbe il caso che io vada a farlo da un’altra parte. O ci amiamo forte oppure ci lasciamo. Voi quante volte l’avete detto?
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