Roma-Fiorentina in Tribuna Tevere: con la voglia giusta
Tra analisi improbabili e rimpianti per non aver avuto. Malen dall’inizio, il campo ci ha dato tranquillità. Ora non resta che seguire la strada tracciata
(GETTY IMAGES)
Io capisco tutto, però, quando ci dicono che non ci facciamo mancare niente, e per onestà va detto, non è che abbiano tutti questi torti. Se qualcuno ci avesse detto, difatti, ad inizio stagione, che, battendo la Fiorentina, ci saremmo potuti trovare, a tre giornate dalla fine, ad un punto dal quarto posto, saremmo stati tutti più che moderatamente contenti. E, invece, no. Non è così. E, per darvene la prova, devo presentarvi lui, che ho conosciuto mentre ero intruppato al cancello sotto l’obelisco, lì, tutto sul lato destro, cercando di rispettare, per quanto possibile, il turno che la sorte mi aveva assegnato in quella massa informe.
Devo presentarvi lui, dicevo, che mentre stavo lì, mi sorpassava, facendo finta di niente, ancora più a destra, fuori dal cordolo. Lui, un tifoso di circa quarant’anni, che, con aria vaga, si intrufolava, all’interno della fila, proprio davanti a me. Ovviamente, lasciandogli il passo, mi permettevo di fargli notare che, magari, anche no, fosse solo per una questione di educazione. La risposta che ne ricevevo era disarmante: «Questa è ‘na fila cafona: come se fa a esse educati???». Evidentemente l’implosione, mista tra rabbia e stupore, che si disegnava sul mio volto induceva il saltatore di fila a cercare un appiglio per recuperare il terreno irrimediabilmente perduto e, quindi, mi lanciava un «comunque è peggio se oggi vincemo, perché poi magari annamo in Champions e tutti a dì che è stata ‘na bella stagione. E i problemi nun li risolvemo». Ora, l’unica cosa che mi veniva da replicare, ad un’affermazione che mi appariva a dire poco, quella sì, disordinata, era un «intanto andiamoci. Poi, dopo, i problemi verranno affrontati con maggiore serenità».
Ma questa mia considerazione non solo non veniva raccolta ma, anzi, provocava un rilancio: «Dovete capì (parlava a me, ma il plurale, evidentemente stava ad indicare che spiegava a tutti, n.d.r.) che a Trigoria ce stanno ‘n sacco de problemi: manca la dirigenza, nun ce stà er medico (ha detto proprio così, testuale, n.d.r.), nun se capisce chi fa er mercato: se vai in Champions, rimane tutto uguale; se nun ce vai, cambia tutto». Stordito da un’analisi tanto chiara quanto poco condivisibile - proprio perché, se vai in Champions, la vera cosa che cambia è che non sei costretto a vendere, e ti pare poco – raggiungevo il mio posto sperando, per parte mia, di andare a meno uno dalla Juventus. E la considerazione di un seggiolino al mio fianco dava fiducia nell’immediato, perché faceva riferimento alla sconfitta della Cremonese come un segnale di “sciogliete le righe” rivolto alla Fiorentina, ma dava sfiducia nel lungo periodo, perché avrebbe dato lo stesso segnale anche al Lecce, che, nel prossimo turno, avrebbe dovuto, ma, a questo punto, non più, fare la partita della vita contro la Juventus. Stordito da tutte queste analisi introspettive sul sentiment dentro Trigoria e sull’impatto dei risultati della Cremonese rispetto al futuro sportivo e societario della Roma nell’anno del centenario, mi sedevo cercando di allontanare da me la necessità di affrontare ragionamenti lontani per restare al dato di realtà che, con perfetta sintesi, un seggiolino alle mie spalle evidenziava ai più: «Stasera tocca vince e basta». Ecco, tocca vince e basta ma la partita iniziava con la Fiorentina che, nei primi sei, sette minuti, girava palla e giocava.
La circostanza sembrava preoccupare («Tu guarda stasera…») ma, passata un’ulteriore manciata di secondi, la nostra serata prendeva la piega che avrebbero dovuto prendere tutte le altre precedenti trentacinque partite: una Roma che giocava stretta, in verticale, e che metteva nel frullatore la Fiorentina. A quel punto, era un attimo che Mancini e poi Wesley, e poi Malen, soprattutto Malen, facesse vedere quello che, da troppo tempo, all’Olimpico non vedevamo («È troppo forte pè stò campionato…»). Ed allora iniziava il lamento. Quello che tu ti gireresti e diresti, se non ti avessero costretto, da piccolo, ad andare all’asilo per un biennio, insegnandoti le buone maniere, che annatevene a casa, che nun ve se pò sentì. Perché, da quel momento, era tutto un «se Malen l’avessimo avuto da luglio», a cui faceva eco un, davvero incomprensibile, per chi conosce un minimo le regole del mercato, «sarebbe bastato pure da novembre». Va da sé che si ritornava sul gol di Gatti («Se semo impiccati la stagione lì»), e non bastava nemmeno Hermoso con Konè a fare girare le teste di tutti per, finalmente, provare a rivolgere lo sguardo al futuro di queste tre partite mancanti, e finalmente guardare avanti e non più indietro. Non bastava, difatti. Perché, invece di capire come, archiviata già alla fine del primo tempo questa partita, la preoccupazione era quella se Kean fosse in panchina.
Ora, anche qui va aperta una parantesi: su tutti i giornali c’era scritto, da giorni, che Kean non sarebbe stato della partita per “motivi familiari”. Quindi, all’Olimpico, Kean non c’era proprio. Si sapeva. Ma questo non era sufficiente. Non poteva essere quello che ci hanno raccontato, ma che scherzi. Per forza, sotto sotto, ci deve essere dell’altro. E quel “dell’altro” veniva sintetizzato con un “secondo me, l’ha già comprato la Roma e l’accordo prevede che stasera nun gioca”, che mi invogliava, giuro, a replicare, ma stavolta a voce alta, utilizzando termini qui non riportabili. Ma sceglievo il silenzio. Che non mi impediva di vedere Malen, ancora Malen, e Pisilli. Che non mi impediva, in poche parole, di vedere oltre. E cioè che mancano tre partite, che se vanno come speriamo non è che risolvano tutti i problemi, ma tanti problemi, quelli, sì. E che dimostrerebbero che la strada tracciata quest’anno, al netto delle incomprensioni, dei dissidi, dei silenzi, possa essere quella giusta. Basta avere la voglia di percorrerla. Noi, in Tevere, la voglia, insieme alla pazienza, di certo ce l’abbiamo.
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