Se si potesse valutare come su un barometro la temperatura intorno a Mourinho e alla Roma, registreremmo un crollo in maniera inversamente proporzionale a quanto era salita in alto dopo le prime sei partite stagionali. Siamo già nel pieno di una delle famose distonie del cosiddetto ambiente romano, quasi sempre spiegato ai romani da chi in questa città ci ha vissuto pochissimo, o l'improvvisa frenata di Verona autorizza dei ripensamenti sulle potenzialità di questa squadra? Per quanto ci riguarda, non saranno certo i tre gol del Bentegodi a farci rivedere il giudizio sullo straordinario lavoro fatto fin qui da Mourinho. Anche perché in questa rubrica non avevamo mai esaltato troppo il lavoro tattico dell'allenatore portoghese, semmai apprezzato da un lato ciò che già in Inghilterra era apparso evidente (e quindi la sua svolta giochista), dall'altro apprezzato la capacità di cambiare l'anima e la testa di molti giocatori che a confronto con le stagioni precedenti sono apparsi davvero migliorati. Vedendo le partite, qualche perplessità tattica era invece già emersa. Invece a Verona tutto quello che avrebbe potuto andare male, è andato peggio. Nel pareggio di Barak, per esempio, l'interessante sviluppo in fascia di Caprari con relativo cross non avrebbe portato ad alcun frutto per il Verona se quella palla non fosse stata sventatamente deviata da Mancini sulla porta con la conseguente respinta di Rui Patricio proprio sui piedi del centrocampista ceco. Così come la prodezza del 3-2 di Faraoni merita l'applauso in un'analisi balistica, ma non è certo comune prendere gol con quelle modalità, in quella situazione e senza uno straccio di centrocampista ad opporsi alla conclusione.

1-1 il risultato giusto

Non per caso il dato dei gol attesi indica che la partita secondo logica sarebbe dovuta terminare 1-1. Segnando tre volte, il Verona ha raccolto tre volte di più di quello che aveva costruito, la Roma solo due. Eppure resta negli occhi di chi non si limita a guardare gli highlights delle partite ma si costringe ad un'analisi più approfondita, la difficoltà tattica incontrata dalla Roma soprattutto nei movimenti delle catene laterali soprattutto di sinistra. Facile la spiegazione: senza l'assistenza dell'attaccante esterno sul centrocampista di fascia avversario, il Verona riusciva spesso a garantirsi una superiorità numerica tra esterno (Lazovic), interno (Ilic) e trequarti (Caprari), contro i due soli due romanisti chiamati a fronteggiarli, il terzino Karsdorp e il mediano Cristante. A volte era costretto ad uscire a Mancini, ignorando così la marcatura del centravanti, lasciato all'altro centrale. Sta di fatto che questa superiorità numerica determinava il palleggio ravvicinato e pericoloso dei giocatori del Verona appena fuori l'area romanista, con rischio di infilate che in un paio di casi sono state decisive (vedi grafiche accanto).

La rivoluzione giochista

Allargando ulteriormente il concetto, registrando le difficoltà in fase di non possesso che stanno incontrando anche allenatori notoriamente ritenuti fini strateghi dell'applicazione difensiva, viene da pensare che la rivoluzione calcistica ormai in atto da diversi anni anche in Italia sta portando a curare con molta più attenzione gli sviluppi offensivi rispetto a quelli difensivi. È un cambiamento mentale e culturale che ha già portato i benefici di un campionato europeo per nazioni e diversi squilli delle nostre squadre impegnate nelle competizioni europee. Certo, finché il gap finanziario resterà così significativo sarà difficile davvero per le nostre rappresentanti potersi imporre fino ad alzare un trofeo. La conseguenza di un calcio tanto offensivo è che oggi non paga più attendere e giocare di rimessa. La Roma lo ha fatto ad esempio con i turchi e anche con la Fiorentina, e alla fine ha portato a casa i risultati che cercava. Ma Mourinho stesso disse in sede di commento che avrebbe preferito una squadra più offensiva. E l'ha avuta con la Salernitana, con il Sassuolo e con il CSKA, sono arrivate altre tre vittorie, certo rischiando qualcosa, comunque confortanti. Difficile immaginare che ci sia un'altra via. Se n'è accorto anche Allegri, il re dei risultatisti. Poi questo non significa certo che quando la palla ce l'hanno gli avversari si possa affrontare la questione con superficialità e approssimazione. Anzi, se la Roma ha sofferto a Verona è proprio perché non ha abbassato in maniera più continuativa gli esterni offensivi.

Tirato tanto e male

L'analisi dei dati rivela altre anche altre incongruenze. La produzione offensiva della Roma al Bentegodi, per esempio, non è stata affatto scarsa: le azioni offensive sono state 41, e a parte il numero raggiunto nella sfida con la Salernitana (66), in nessun'altra delle cinque precedenti partite era stata superata la soglia delle 40 azioni offensive. I tiri verso la porta alla fine sono stati 16, il doppio di quelli che sono serviti alla squadra giallorossa per battere 3-0 il Trabzonspor nella gara di ritorno del play-off della Conference League. Il problema semmai è stata la mira dei giocatori giallorossi, considerando che i due gol sono stati uno una prodezza irripetibile (per gli altri) di Lorenzo Pellegrini e l'altro un autogol. Solo 2 dei 16 tiri sono finiti infatti nello specchio della porta, segno di una giornata niente affatto illuminata degli attaccanti giallorossi, schierati nel finale di partita da Mourinho in massa. Addirittura un 352 con El Shaarawy e Perez a tutta fascia, Mkhitaryan e Pellegrini interni di un centrocampo "riequilibrato" dalla presenza di Cristante e ben due centravanti, Abraham e Borja Mayoral. Sforzo inutile, almeno in rapporto alle conclusioni che si sono viste nel finale della gara.

Una partita corta

Un altro fattore anomalo registrato che non dipende invece dagli allenatori ma che riguarda gli arbitri è quello del tempo effettivo di gara. Sommando infatti i minuti di possesso delle due squadre si è raggiunta la somma di 49 minuti di gioco, record negativo stagionale per le partite della Roma. I fautori del tempo effettivo vorrebbero cambiare la vecchia regola dei 90 minuti con recupero inserendo il tempo effettivo di gara nella partita, 30 minuti a frazione. Ma già ora, con gli empirici sistemi del recupero, le partite durano più o meno tra 54 e 56 minuti. Giocarne solo 49, come è capitato a Verona, significa aver giocato sei o sette minuti in meno di un'altra partita, e ovviamente ne risulta penalizzata soprattutto la squadra in svantaggio.