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L'analisi di Panathinaikos-Roma 1-1: tutti sanno fare tutto, un'altra vittoria di Gasp

Per risolvere l’emergenza contro la squadra greca, il tecnico giallorosso ha schierato sette attaccanti diversi, nessuno dei quali lo fa di mestiere

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
31 Gennaio 2026 - 07:00

Ne avevamo fatto cenno in una delle precedenti puntate: l’utopia di ogni allenatore è quella di poter schierare i suoi giocatori quasi prescindendo dai ruoli, assegnando loro la funzione che serve in quel momento e ricevendo in cambio la prestazione massima possibile ovviamente nel limite delle caratteristiche tecniche, tattiche, fisiche, emozionali di cui ognuno è provvisto. Ma poi ci sono allenatori ed allenatori, ognuno ha il proprio metodo e la maggior parte di essi sono legati a doppio filo alle capacità dei singoli giocatori. Non c’è dubbio che l’equazione più o meno funziona per tutti: maggiore è la qualità e migliori sono i risultati. Ciò che distingue molti allenatori da Gasperini è però un altro fattore: molti tecnici senza giocatori di qualità non riuscirebbero a produrre un gioco riconoscibile e produttivo. Altri invece hanno una sorta di marchio di fabbrica che li distingue dagli altri. E questo non significa essere più o meno bravi, visto che poi a mettere d’accordo presidenti, tifosi e opinionisti sono sempre e solo i risultati. E quindi sei bravo se vinci, altrimenti rischi di passare per scarso, superato, antiquato, inadeguato, presuntuoso e via andare. Ma se Gasperini allenasse l’ultima squadra professionistica italiana, il suo modo di stare in campo non cambierebbe di una virgola. Userebbe sempre tre difensori, due centrocampisti, due esterni e tre attaccanti: li spingerebbe a pressioni estreme uno contro uno, insegnerebbe loro le sue modalità di costruzione della manovra, spiegherebbe loro vantaggi e svantaggio di un recupero palla alto e come difendere contro squadre più dotate. E in certi momenti della partita, a prescindere dal valore dell’avversario, si vedrebbe comunque il marchio del tecnico. Di più, la ricerca dell’evoluzione di ogni squadra che ha allenato passa attraverso la condivisione delle funzioni che le diverse posizioni richiedono e più saranno convincenti le lezioni teoriche e pratiche impartite, maggiore sarà la risposta in termini di produttività sul campo. Ecco, ultimamente Gasperini alla Roma sta raggiungendo livelli altissimi di condivisione con i suoi ragazzi e la partita di Atene ne è stata semplicemente l’ultima dimostrazione.  Il tourbillon di ruoli cambiati all’interno di una stessa partita, cagionato dalla carenza di attaccanti disponibili e dall’evento inatteso dell’espulsione di Mancini dopo 15 minuti, ha toccato vette imprevedibili: basti pensare che nei ruoli solitamente riservati agli attaccanti, il Gasp ha ruotato sette diversi interpreti, nessuno dei quali di mestiere.

Sette ruoli per sette fratelli

All’inizio, per sopperire alle assenze di Dovbyk, Ferguson, El Shaarawy, Dybala, persino Arena oltre agli ultimi arrivati e dunque fuorilista Malen, Robinio Vaz e Venturino (otto attaccanti otto), Gasp ha schierato un “tridente” composto da Pellegrini, El Aynaoui e Soulé, inedito centravanti. Dopo l’espulsione di Mancini, ha scalato Cristante in difesa ed il marocchino a centrocampo, lasciando davanti solo Lorenzo e Mati. Fino all’intervallo la soluzione ha retto, poi però ha tenuto “a riposo” lo stanchissimo Soulé ed ha inserito Ndicka, rialzando Cristante e, di conseguenza, ancora El Aynaoui vicino a Pellegrini. Quando al 19’ ha richiamato Cristante e Celik, inserendo Wesley (sulla fascia) e Rensch, ha abbassato per la seconda volta El Aynaoui e ha messo il terzino olandese in attacco al fianco ancora di Pellegrini che però dopo altri tre minuti ha alzato bandiera bianca, lasciando posto e ruolo a Della Rocca, classe 2006, all’esordio assoluto con i grandi (quinto assetto offensivo diverso, quinto attaccante diverso). Ma Rensch non è apparso a suo agio e dopo aver clamorosamente mancato un gol su uno splendido lancio di Ghilardi è stato spostato laterale mentre Tsimikas (sesto uomo per sesto assetto) è andato a svolgere le funzioni di Soulé (mancino alto a destra, per rientrare col sinistro), non esattamente la sua cup of tea, come direbbero gli inglesi. Ma non era ancora finita, né la partita, né la questione qualificazione: perché il gol del pareggio è arrivato al 35’ del secondo tempo e lo ha realizzato ovviamente un difensore, Ziolkowski, rimasto in attacco per il prolungarsi di un’azione che era partita da un fallo laterale offensivo, che aveva richiamato il polacco davanti. Raggiunta la parità, Gasp ci ha preso gusto e prima della fine ha ordinato l’ennesimo cambio davanti: fuori Tsimikas a tre minuti dalla fine senza contare il recupero (saranno altri 4 minuti e mezzo), dentro Angeliño, ovviamente dirottato proprio in attacco. Sette ruoli per sette fratelli, potrebbe essere il titolo di un film.

Che manca in inferiorità numerica

Inevitabile che il tecnico alla fine si sia detto soddisfatto proprio per l’eclettismo mostrato dai suoi giocatori: «Mi fa davvero piacere notare come questi ragazzi stiano imparando a fare tutto, ognuno si sa calare nelle esigenze di altri ruoli e svolge il compito richiesto alla perfezione. Questo per noi è un grandissimo passo in avanti». Certo che il passaggio dalla parità all’inferiorità numerica è stato pesante. E anche su questo Gasperini ha avuto una spiegazione che merita un approfondimento: «Nel calcio di oggi è diventato difficilissimo giocare in inferiorità numerica perché ogni squadra riesce a sfruttare in qualche modo il vantaggio di avere un uomo in più. Prima era diverso». Non lo ha specificato Gasperini, ma è chiaro il riferimento ad un tipo di calcio che (per fortuna) non c’è più, quando molto spesso la costruzione della manovra era affidata in esclusiva alle letture dei calciatori, e altrettanto spesso le squadre non impostavano l’azione per far partecipare tutti i giocatori alla costruzione. Oggi - in realtà già da tempo - i più avanguardisti tra i tecnici stanno studiando il modo di sfruttare la superiorità numerica anche facendo partecipare il portiere alla costruzione, per recuperare a 80 metri dalla porta magari un vantaggio numerico da trascinarsi fino alla conclusione. Logico che in dieci si soffra, anche se Benitez non ha sfruttato appieno l’occasione, per esempio rinunciando alla difesa a tre (con un centrale di meno avrebbe potuto sfruttare un altro uomo in mezzo che sarebbe stato utilissimo una volta saltata la prima pressione romanista, con gli attaccanti di Gasperini costretti ad affannarsi in due contro tre centrali piuttosto bloccati). E l’uomo a Gasp è mancato anche (anzi, forse soprattutto) in fase offensiva perché le costruzioni sulle catene laterali esterno su esterno funzionano benissimo proprio sfruttando gli inserimenti a sorpresa dei centrali. Senza sorprese sono finiti anche gli sviluppi. Per fortuna alla fine il gol è arrivato lo stesso.

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