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L'analisi di Roma-Milan 1-1: se si misurasse in lavoro e non solo per i risultati

Sul campo è finita in parità, ma per quello che le squadre hanno fatto vedere bisognerebbe riconoscere i meriti maggiori a Gasperini

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
27 Gennaio 2026 - 07:00

Che cosa può fare di più una squadra con il suo allenatore rispetto a quello che si è visto domenica sera dalla Roma di Gasperini - contro la seconda forza del campionato - per cercare di vincere una partita? È un tema dell’eterno dilemma del calcio, quella strana e imprevedibile materia che ci appassiona e allo stesso tempo ci deprime e sempre in funzione di quell’elemento condiviso da tutti: il risultato. Tranquilli, non torneremo su vecchie questioni che in questa rubrica definivamo sorpassate già diversi anni fa e che vengono spesso riproposte solo per semplificazione di una materia che invece andrebbe studiata più a fondo di quanto sia il tempo e spesso la voglia di chi la dovrebbe raccontare. A comandare sarà sempre e solo quello, nel calcio e in ogni altro sport. Si dovrebbe però ripensare il ruolo di chi giudica gli allenatori in Italia per valutare che cosa ti dà uno e che cosa ti dà un altro e in funzione di quello, magari, decidere meriti, assegnare riconoscimenti, o chissà, stabilire gli stipendi. Immaginate ad esempio la preparazione della partita Roma-Milan da parte degli allenatori delle squadre. Quanto può aver lavorato sul campo, o con quanta efficacia, il tecnico della squadra che, a parità di valori tecnici, non riesce a produrre uno straccio di azione, se non quando il talento dei suoi giocatori in campo riesce a disegnarne una in maniera estemporanea? E che meriti, invece, si devono riconoscere ad un altro signore che, dopo qualche settimana di lavoro, è in grado di presentarti una squadra che strapazza gli avversari sotto ogni punto di vista (tecnico, tattico, atletico, mentale) esattamente come faceva quell’altra squadra che ha allenato fino a giugno negli ultimi nove anni, spesso con valori tecnici inferiori agli avversari? Eppure il calcio va così. Di quest’ultimo allenatore si sostiene “beh, però, in fondo l’unica volta che è andato in una grande ha fallito e in tanti anni alla fine ha vinto solo una coppa europea”. L’altro, invece, fonda la scienza del suo calcio su una buona difesa e l’estro dei suoi giocatori migliori per l’attacco. Dice: ma non sono mica tutti in grado di farlo, molti ci provano e non ci riescono. È qui indubbiamente arrivano i meriti di Massimiliano Allegri da Livorno, pensiero appuntito come la forma ormai del suo volto, lesto a capire le scienze umane prima ancora di quelle calcistiche, perfetto sempre nella lettura delle partite al momento dei cambi e gran conquistatore di cuori calcistici (tifosi) per via dell’estrema furbizia del suo modo di pensare la vita, forse prima che il calcio. Va tutto bene, è tutto giusto, a ognuno i suoi eroi. La riflessione, però, riguarda tutti quelli che intorno a questa materia dovrebbero contribuire ad alimentarne il valore, eppure siamo convinti che nelle logiche delle grandi tribune televisive - e cartacee - del nostro paese non si riconoscano meriti per il lavoro che viene svolto effettivamente sul campo, ma vengono attivati altri meccanismi. Sta di fatto che per l’esito di Roma-Milan sono stati riconosciuti meriti divisi per metà, quando invece anche il più sprovveduto degli spettatori che abbia visto la partita, non può che essere rimasto entusiasta di ciò che ha prodotto una squadra e piuttosto perplesso di quello che (non) ha prodotto l’altra.

Gli adattamenti nelle marcature

Entrare nello specifico in questa partita può essere anche appassionante per chi ama riconoscere certi dettagli: l’intenzione della Roma è stata quella di impedire, come da comandamenti gasperiniani, alla squadra avversaria di produrre gioco e l’ha fatto adattandosi al vestito rossonero con grande duttilità. Da subito Dybala è andato su De Winter, Malen su Gabbia e Soulé su Tomori mentre Cristante è stato inizialmente sacrificato su Modrić, Koné su Rabiot, Mancini su Leão, Ndicka su Nkunku e Ghilardi, privo di attaccante di riferimento, saliva praticamente fino alla sua tre quarti per andarsi a prendere Ricci. Come spesso accade in questi casi, la Roma somigliava più a un 4231 con i due esterni sugli esterni e i due centrali sui due attaccanti, con Ghilardi e Koné sulle due mezze ali, Cristante alto sul play più i tre attaccanti. Ma Allegri, che scemo non è, ha provato a mischiare le carte in funzione dei blocchi sui suoi giocatori e ha chiesto spesso scostamenti rispetto alle posizioni prefissate che qualche problema soprattutto nei minuti iniziali ai romanisti lo hanno creato, da qui i successivi adattamenti che hanno costretto i giocatori della Roma ad uno sforzo atletico impressionante che, come ha sottolineato lo stesso allenatore toscano a fine partita, difficilmente sarebbe stato possibile replicare nel secondo tempo. Nonostante queste piccole difficoltà iniziali, la Roma non ha mai smesso di pensare e produrre gioco costringendo il Milan, soprattutto nel primo tempo, ad un atteggiamento difensivo ad oltranza che ha resistito per la bravura dei difensori ma soprattutto del proprio portiere, al netto di qualche piccolo errore di conclusione degli attaccanti giallorossi per i quali il merito dei milanisti è piuttosto limitato.

I margini di miglioramento della Roma

Solo per fare un esempio degli aggiustamenti tattici c’è stato un momento nel primo tempo in cui Leão ha invertito la propria posizione con Nkunku e questo ha costretto Ghilardi ad occuparsi di lui (maiuscola la prova del giovane ex Verona) con Mancini costretto ad alzarsi su Rabot, Koné su Modrić e Cristante su Ricci. Si tratta di dettagli quasi invisibili agli occhi dei più che hanno però contribuito a frenare l’estro, se così possiamo chiamarlo, dei giocatori del Milan a vantaggio di uno spettacolo interamente romanista. L’aria frizzantina, il campo bagnato dalla pioggia di questi giorni e l’ardore del pubblico romanista hanno fatto il resto, definendo i confini di un dominio senza soluzione di continuità. Nel secondo tempo, ha ragione Allegri, c’è stato maggior equilibrio. La Roma ha un po’ calato il suo ritmo, l’infortunio di Koné ha tolto un giocatore che a dispetto di qualche difetto resta fondamentale quando si alza il livello di queste sfide e le forze sono progressivamente venute meno, mentre il contributo di chi è subentrato (perlomeno limitatamente ai giovani, Pisilli, Vaz e Venturino) non è stato all’altezza dei sostituiti. Il colpo del gol del Milan, arrivato pochi istanti dopo l’uscita di Koné, avrebbe potuto destabilizzare la squadra giallorossa, ma non è stato così e si è ripreso il risultato in un’azione simbolica per il calcio di Gasperini, con cross del quinto sul quinto opposto, con intercettazione di mano di Bartesaghi e relativo rigore trasformato con carattere e proprietà tecnica da Lorenzo Pellegrini. La Roma ne esce più forte, ha detto Gasperini. Ha ragione: il doppio confronto con il Milan di quest’anno, ricordiamo, seconda forza del campionato, ha fornito un dato piuttosto significativo: non ci sono distanze tra le due squadre. C’è poi un’ultima considerazione da fare: la Roma sembra in grandissima evoluzione, l’ingresso di Malen, al di là degli errori di domenica, ha portato un evidente upgrade nelle potenzialità della Roma, mentre il Milan è quello dall’inizio dell’anno. Dolce sarà la primavera giallo rossa (cit: ciao Gianni...).

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