Roma-Milan, provare per credere
Vecchie e nuove certezze della Roma di Gasperini: il dominio non paga. Ma con i rossoneri invece del solito loop arriva un punto di convinzione. Con De Falchi nel cuore
(GETTY IMAGES)
L’attesa è tanta. Perché è arrivato il momento di capire chi siamo e dove possiamo arrivare («Stasera è l’esame definitivo: da qui capiremo»). Il tempo della Roma che verrà, in questa stagione, è finito. È arrivato il momento dell’ora e dell’adesso. Basta «aspettiamo», «vedremo», «cresceranno». Basta «gli scontri diretti che sono un muro invalicabile», anche se «con il Como, però, abbiamo vinto». Abbiamo davanti Dybala e Malen; abbiamo una difesa granitica; a centrocampo abbiamo (ri)scoperto Pisilli e ci hanno riconsegnato El Aynaoui; abbiamo Vaz e «er regazzino novo» garantito da DDR. Basta. Deve essere ora. Anche perché la partita dell’andata ce la ricordiamo («Di tutte, è la sconfitta che mi ha dato più fastidio»). E la domanda del perché la Roma non sia sopra al Milan è data dai rigori sbagliati contro di loro non soltanto da noi («Mentre che l’Inter ci stia sopra lo accetto, che ci stia il Milan, no»). Prendiamo, quindi, posto in Tevere guardando finalmente la classifica da protagonisti. È finito il tempo, iniziato ad agosto, in cui, lassù, ci sentivamo un po’ abusivi («Dobbiamo prendere coscienza che siamo forti, altroché»). Adesso abbiamo capito, soprattutto dopo lo Stoccarda, che lì ci siamo perché è la nostra dimensione.
Ovviamente, nemmeno mi siedo e, per non farci mancare niente, la formazione appena annunciata, e peraltro ampiamente prevista, lascia spazio, al Gasperini che è in noi, ad alcune critiche. La prima e principale, che devo riportarvi, perché dà la misura di come tutto sia davvero difficile, riguarda Ferguson: c’è chi lo vuole in campo, con Malen sulla fascia («Con uno che gli gioca accanto, sono sicuro che farebbe meglio»); c’è chi lo vuole in campo, con Malen, almeno inizialmente, in panchina («Così dai tempo a Malen di capire come giochiamo in casa, che è diverso che in trasferta» (!)); c’è chi lo preferisce a Malen («Contro una difesa che sò tutti alti dù metri, ce vole uno grosso»). Ora, voi mi chiederete perché, di tanti accadimenti che potrebbero essere riportati del prepartita, a partire dalla toccante coreografia dedicata alla memoria di Antonio De Falchi, io vi parli di Ferguson. La domanda è più che opportuna, e cerco di spiegarmi: se dopo quello che abbiamo visto a Torino, se dopo quello che abbiamo visto giovedì in Europa League, prima che Pisilli facesse Dybala, se dopo tutto questo e dopo cinque mesi che abbiamo la migliore difesa del campionato a fronte, però, di un attacco modesto, non ci siamo resi conto che noi, lì davanti, abbiamo un problema e che la soluzione esatta si scrive «Malen», vuol dire che ci piace regalare giornate di Campionato alle altre insieme ad altri punti oltre quelli che sin qui abbiamo regalato. Perché, se è vero che «Ferguson è giovane e damoje tempo», e se è altrettanto vero che «nun è nostro e, fosse solo pè quello, non ce punterei», è graniticamente vero che, sfumata la Coppa Italia, abbiamo capito che quarto posto e Istanbul sono alla nostra portata, basta crederci senza altri esperimenti.
Ovviamente, pronti via e la prima azione spazza via qualunque dubbio («Che azione!», «ma se l’è magnato?», «no, je l’ha presa bene») e, dopo una sola manciata di minuti in cui il Milan sembra fare la partita, il resto del primo tempo sembra la prosecuzione esatta del primo tempo di San Siro («Troppe occasioni sprecate: non vorrei che ci dovessimo pentire»). Anche perché il Milan, che sta lì ed incassa colpi senza sbandare («Loro sanno che in porta c’hanno ’n fenomeno, e giocano più tranquilli pè questo»), lo vedi che è una squadra compatta e che ha grandi giocatori («Modric e Rabiot non li vedi mai spaventati: giocano il pallone senza patemi»), mentre noi sembra che abbiamo fatto un abbonamento che prevede che «pè fa ’n gò, devi tirà dieci vorte». Ma il primo tempo finisce e l’attesa per il secondo è segnata dalla sottile preoccupazione che possa ripetersi di nuovo ciò che è stato a San Siro. Perché dopo Malen («S’è costruito bene tre occasioni)», Celik («Er portiere nun sa manco lui come je l’ha presa») e Soulè («Errore grave: capisco che ce l’hai sul destro, ma da lì devi sempre prendere la porta»), la paura è che la beffa sia dietro l’angolo. Detto, fatto. Ndicka («Da quando è tornato, me sembra meno concentrato: sarà stanco») fa di tutto per regalare un calcio d’angolo al Milan. Calcio d’angolo che, come previsto, finisce come era scritto che finisse («Io lo sapevo…», «Tu!? Perché pensi che io c’avevo qualche dubbio!?»). Ed è in quel momento che i seggiolini iniziano a fare a gara a chi lo sapesse da prima («Io lo sapevo da ’na settimana che finiva così …») ed a chi avesse più ampia memoria di quante volte fosse accaduto in passato («Sempre la stessa storia: te ricordi il pareggio con l’Ancona e il Venezia?», «pensa te: Io c’ero pure quanno avemo pareggiato col Cesena de Boranga …»).
E questa convinzione di rivivere il dramma si intensifica al momento in cui Celik la butta dentro ma quello la prende col braccio. Perché Maignan si comporta come se l’arbitro non ci fosse, decidendo che il rigore debba tirarsi mezz’ora dopo, con comodo; perché sulle spalle di Pellegrini viene messo un peso enorme, e «pensa se lo sbaja…»; perché, soprattutto, troppi ne sono stati sbagliati contro il Milan quest’anno, e sembra davvero l’anno loro. Poi, però, Pelle si scrolla dalle spalle quel peso, e lo scrolla dalle spalle di tutti i seggiolini; i due ragazzini non riescono a scrivere una pagina bellissima della loro carriera; il Milan va sotto i suoi tifosi a festeggiare un pareggio. Se avessimo avuto la necessità di capire, attraverso questo Roma Milan, chi siamo, l’abbiamo saputo. Ed abbiamo capito che siamo forti. Ed è proprio questo quello che ci ha detto questa partita, come mi ricorda il seggiolino a me più prossimo: «Questo pareggio ci ha fatto capire che non dobbiamo smettere di crederci». Ed ha ragione. Non dobbiamo smettere. Istanbul, quarto posto. Perché no?
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