Il paradosso l'aveva spiegato benissimo Di Francesco nei giorni della crisi: «Qui stiamo alzando un polverone perché rischiamo di complicare la nostra corsa alla qualificazione in Champions ma dimentichiamo che la Roma è già in Champions e deve affrontare lo Shakhtar con l'obiettivo di arrivare ai quarti». Sono le distonie del tifo: c'è chi tifa per un secondo posto (l'anno scorso) o per un quarto posto (quest'anno) in campionato perché garantiscono l'accesso diretto alla Champions League, e alla conseguente garanzia di investimenti, ma poi quando la squadra in questa stessa competizione (sportiva) è impegnata, sembra quasi che sia meglio pensare ad altro, alla prossima. E invece, guarda un po', la Roma ai quarti c'è arrivata e adesso il calendario prevede questo magnifico tourbillon di impegni uno appresso all'altro quasi senza respiro, in un filotto di emozioni e maglie colorate e avversari più o meno giganteschi e stadi e competizioni e rumori e suoni e tifosi nostri e loro: Bologna-Barcellona-Fiorentina-Barcellona-Lazio-Genoa-Spal, sette partite in fila, con curiosa successione di sedi, tipo due fuori, quattro in casa e l'ultima fuori.

Si comincia il ciclo a Bologna, si finisce a Ferrara, passando per Barcellona e l'Olimpico. Dalla via Emilia alla Catalogna con al centro Roma. E la Roma. Tra ventitré giorni sapremo tutto della Roma, molto più di quanto non sappiamo già adesso. Oggi sembriamo tutti d'accordo, simpatizzanti di quell'allenatore e antipatizzanti di quell'altro dirigente, bostoniani e pizzettari, quattrotrettisti e contropiedisti, tottisti, monchisti e pallottisti: se arriva terza questa squadra ha fatto il suo, ma ha già fatto un mezzo miracolo ad essere quassù in Champions (dopo aver eliminato quella che ha eliminato il Napoli) e se dovesse fare pure l'altro mezzo si rischia un'ubriacatura solenne che in confronto il mese di festeggiamenti del 2001 sarebbe derubricato a sagra paesana. Si è tutti in vigile, qualcuno preoccupata, attesa. È il sabato del nostro villaggio. La quiete prima della tempesta emotiva.

Ha ragione Di Francesco: «Pensateci voi a Barcellona che noi intanto ci concentriamo sul Bologna». Sacrosanto che ragioni così e che la squadra lo segua fino all'ultima riserva mentale. Ma a un tifoso non si può certo impedire di chiudere gli occhi e sovrapporre ogni tanto il pensiero del Camp Nou alle meno monumentali tribune del Dall'Ara, o di intravedere la silhouette smilza di Busquets nell'impostazione di Pulgar o magari un passo accennato di Messi dentro un dribbling di Di Francesco (junior). Ognuno pensi a quel che vuole. La cosa magnifica sarà viverli questi impegni, uno dietro l'altro. Qui si fa la storia, con questa geografia.  Questo è l'ombelico del mondo.