The day after è come dopo il Camp Nou. Tale e quale, c'è differenza zero tra l'uno a quattro catalano e il due a cinque subito. E allora è stato bello sognare, la partita di ritorno sarà solo per l'orgoglio, chi se lo aspettava che la Roma arrivasse fino a questo punto il giorno del sorteggio dei gironi, per una nuova finale di Champions ci sarà bisogno di aspettare chissà quanti altri anni ancora. Ecco, appunto, come dopo Barcellona. Quando le ferite tutto sembravano meno che rimarginabili. E invece quella notte indimenticabile all'Olimpico contro i presuntuosi catalani, ci ha fatto arrivare fino a qui, nella fatal Liverpool, devastati da un vecchio amico come Momo Salah che dalle nostre parti certo non era stato quello da Pallone d'oro di questa stagione, anche se si era capito che l'egiziano fosse un giocatore di qualità con confini calcistici ancora da esplorare.

Eppure noi, inguaribili sognatori, vogliamo continuare a crederci. Non soltanto perché supportati dal piacere dell'inseguimento di un'utopia, esercizio folle ma di cui non riusciamo a fare a meno fin da quando eravamo poco più che bambini. Ma perché ci sono almeno quattro ragioni logiche, plausibili, incontestabili, che possono consentire di presentarci all'Olimpico con la presunzione di prenderci una benedetta rivincita nei confronti di questi Reds che continuano a starci antipatici come trentaquattro anni fa.
La prima è appunto il Barcellona. Nessuno dopo le quattro pappine (immeritate peraltro) incassate tra le urla di indipendenza della Catalogna, dava un soldo bucato sulla qualificazione della Roma, anzi si temeva che pure nella gara di ritorno Messi ci avrebbe dato una lezione. La partita di ritorno, si diceva, sarà una passerella per Messi e discepoli, la Roma dovrà puntare soprattutto a salvare l'onore per dare l'arrivederci alla Champions. Sappiamo come è andata. Tre gol, Dzeko, De Rossi, Manolas e tanti saluti ai catalani. Che, è bene ricordarlo, hanno una nome e una storia negli ultimi venti anni assai superiore a quella di questo Liverpool che va a mille all'ora. In sostanza, se hai fatto tre reti al Barcellona, perché non puoi pensare di farle anche alla perfida Albione?

L'interrogativo apre le porte al secondo motivo per cui continuare a sperare di dover fare le file per garantirsi il biglietto con destinazione Kiev. La partita di Anfield ci ha detto sì che velocità e organizzazione offensiva del Liverpool è roba di primissima qualità, cosa del resto risaputa in questa stagione, Salah devastante, Firmino meraviglioso, Manè il giusto complemento per un terzetto che ha tutte le qualità per fare male a qualsiasi difesa al mondo. Ma ci ha pure ribadito che dietro, davanti a quel Karius ornato di cipolla in testa, ma che a noi tutto è sembrato meno che un portiere in grado di garantire solidità, l'organizzazione difensiva non è all'altezza del tridente del gol. Se li attacchi, vanno in difficoltà, seria e grande difficoltà. Gli ultimi dieci minuti di Anfield quando ormai eravamo preparati a un altro tracollo europeo, ce lo hanno detto in maniera incontrovertibile. In quei dieci minuti, una volta che Di Francesco aveva risistemato la Roma con i cambi giusti (Perotti, per dire, sarebbe stato importante averlo dall'inizio magari lasciando in panchina un Ünder che a questi livelli denuncia ancora un'inevitabile e giustificata inesperienza) e tornando a schierarsi con il preferito quattro-tre-tre, la Roma ha segnato due reti, sfiorando pure la terza che se fosse arrivata avrebbe dato contorni meno pesanti per la gara di ritorno.

Passiamo al terzo motivo. Il fattore Olimpico. La nostra casa, almeno fino a quando non avremo il nostro Anfield e speriamo che sia il prima possibile. A parte i quasi tremila tifosi presenti a Liverpool, non sappiamo se per tutti gli altri che amano il giallorosso, davanti al televisore si sia percepito cosa voglia dire giocare ad Anfield. Il fattore casalingo lo fanno pesare in maniera fantastica, sanno trascinare la squadra come in nessun altro stadio del mondo, urlano, cantano, spingono, incitano dall'inizio alla fine con una passione che solo chi è tifoso sul serio può percepire sul serio. Fantastici, anche se un po' ci duole dirlo, ma è così. Ecco, se c'è uno stadio che può riproporre lo stesso ambiente, lo stesso amore, le stesse emozioni, la stessa voglia di trascinare la sua squadra, questo è l'Olimpico colorato di Roma. Sarà stracolmo, saremo in sessantamila, ancora di più rispetto alla sfida con il Barcellona quando la gente romanista seppe essere, come tante volte in passato, davvero il dodicesimo uomo in campo. Dovrà essere così anche il due maggio. E non abbiamo dubbi che lo sarà.

Il quarto motivo è un giocatore che amiamo sempre di più. Il suo nome è Edin Dzeko, che chissà quanto avrà imprecato nel vedere il suo amico di gol e assist Momo Salah idolo della Kop e di tutta la Premier. È lui, il bosniaco, l'uomo che può trascinare la Roma e i suoi compagni verso una nuova, grande, impresa. Ad Anfield ha ricordato agli inglesi di essere stato un protagonista della Premier con la maglia dei "nemici" di quel City di Manchester separato da Liverpool da una rivalità profonda. Ha segnato il ventunesimo gol stagionale, il settimo in Champions, ma soprattutto ha ribadito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che quella cattiveria agonistica e personalità che sempre gli erano state negate, le ha acquisite, diventando il leader della squadra. Più che per il gol, paradossalmente, c'è piaciuto per come in campo ha sbraitato nei confronti dei compagni che a un certo punto sembravano rassegnati al tracollo. Edin li ha risvegliati con quel gol che ha riaperto un filo di speranza. Noi ci aggrappiamo a lui, convinti che all'Olimpico, con tutto il rispetto per questo Liverpool esuberante e sfacciato, potrà essere tutta un'altra storia. La nostra storia.