Roma-Cagliari, passato lo spavento
La vittoria fa dimenticare la preoccupazione di Udine. Dal classico «Questi semo» all’entusiastico «Napoli, Cremonese e Juve: perché solo 7 punti?»
(GETTY IMAGES)
Ero a Milano e stavo per correre alla stazione per prendere il treno che mi avrebbe portato, giusto in tempo, all’Olimpico, quando incontravo un collega, milanese e tifoso interista, che non vedevo da tempo. Mi diceva, il collega milanese ed interista, una volta dettogli che stavo «correndo a Roma per andare a vedere la Roma», che «ah, è vero! Stasera giocate contro il Cagliari. Per me ve la giocate per il quinto posto con Como ed Atalanta. Di più, dopo che avete perso pure con l’Udinese, non penso proprio». Salivo sul treno, quindi, con un leggero senso di disagio, perché quell’affermazione mi aveva prodotto un senso di fastidio, aumentato dal non avere trovato, nell’immediatezza, una pronta replica. Stavo lì, quindi, a rimuginare quando, ormai in prossimità di Orte, comprendevo appieno la ragione del fastidio e la frase che avrei potuto lanciargli contro.
Per la prima, era evidente che quel convincimento, nel collega milanese ed interista, non fosse figlio soltanto di un evidente pregiudizio ma anche dalla circostanza che perdere sonoramente a Udine dice molto. Perché, e questo dobbiamo dircelo, quella partita è stata un brutto spartiacque della nostra stagione. Abbiamo perso malissimo, dominati in lungo e largo. Siamo andati lì convinti e siamo invece tornati cercando di capire come fosse stato possibile che l’Udinese ci avesse maltrattati nemmeno se avessimo giocato al Bernabeu contro il Real. Per la seconda, ormai era troppo tardi: scrivergli un Whatsapp, o fargli una telefonata, a distanza di due ore quando ormai stavo quasi a Magliano Sabina, avrebbe reso la replica inefficace e tardiva, e, soprattutto, lo avrebbe convinto ancora di più della sua “superiorità”, perché tu ce lo vedi un tifoso del PSG che si preoccupa di replicare, a distanza di ore, ad un tifoso di un’altra squadra che gli ha pronosticato il quinto posto? Prendevo, quindi, finalmente posto in Tevere e lì avvertivo la necessità di condividere il mio disappunto con i seggiolini a me più prossimi, per capire che Udine ha fatto davvero preoccupare tutti. Si passava, difatti, dalla stizza per una sconfitta nata “«a una partita in cui non c’hai capito nulla», alla consapevolezza del «questi semo». Ovviamente, lo sguardo era rivolto verso il campo non già, e non solo, per ottenere i tre punti contro il Cagliari, ma per avere la prova, visiva, che Udine fosse stato un inciampo e non la prova di una cronica impossibilità a fare il salto di qualità. Iniziava, quindi, la partita con una Roma che, se solo avesse giocato a Cagliari con questa voglia e questa intensità, «ci saremmo risparmiati un altro dispiacere».
Nei primi dieci minuti, difatti, si perdeva il conto della possibilità che avevamo per andare in porta ed il Cagliari manifestava la sua esistenza solo all’undicesimo, quando, per la prima volta «se sono passati la palla per tre volte a centrocampo». Ovviamente, il bersaglio di alcuni seggiolini, nella stizza di vedere tanti palloni mai finalizzati, era, e come ti sbagli, Pellegrini, colpevole «di non saltare mai l’uomo». Quando, sommessamente, mi permettevo di evidenziare il lavoro svolto comunque da Pelle soprattutto nella fase di non possesso, venivo quasi ignorato, perché «a noi ce interessa che salta l’omo, no che difende». Nemmeno a dirlo, il mio tentativo di replicare che, quando giocano male altri, non avverto tutta questa acredine, era prontamente rimandato al mittente con la frase che vi riporto (giuro) fedelmente: «Nun è questione de acredine. È questione che se giochi male devi sta a sentì quello che te dico: me devi sartà l’omo!», detta da un seggiolino che, devo ritenere, abbia, nella sua rubrica il numero di Pellegrini e ne faccia uso, probabilmente senza alcun compenso, per dargli, prima di ogni incontro, delle indicazioni tecnico tattiche che Lollo, ma guarda te, si permette evidentemente di disattendere. Fortunatamente, però, l’attenzione veniva rubata dal centravanti che aspettavamo da sempre, da Pisilli che giocava «come Tardelli, ma forse è pure un po’ più tecnico» (!), da Ghilardi, che «me sembra molto più forte de Bastoni». A quel punto, quando Malen metteva in porta un pallone facendo tutto quello che una punta dovrebbe saper fare, Udine iniziava a sbiadirsi e, con lei, tutte quelle terribili sensazioni di impotenza che ci aveva trasferito («Lo vedi che l’Udinese è stata ‘na parentesi?»). E partiva, a quel punto, il campionato dei paragoni: «Per me è più forte de Lautaro», «dici?», «me sembra più completo»; «se penso che stavamo a prenne Raspadori…», che finiva con un «Haaland però me sembra più forte» che generava, per onestà va detto, un pronto richiamo alla realtà, perché quel “me sembra” generava la preoccupazione che, dopo i gol segnati al Torino e al Cagliari, si fosse creata la convinzione di trovarci di fronte a Ronaldo il Fenomeno («Vabbè … andiamoci piano, dai…»). Ma la partita andava davvero in discesa, e questo consentiva di abbandonarsi a progetti dolcissimi («Napoli, Cremonese e Juventus: non si possono fare meno di sette punti», «perché solo sette?»), che non venivano stemperati ma, anzi, alimentati, dall’ingresso di Zaragoza, prima («Ammazza quanto è veloce!»), e da una serie di liceali, poi («Gasperini se ne lamenta, ma in questi ragazzini ci crede, altrimenti non li metteva»), con in mezzo il secondo gol di Malen.
Finisce che siamo di nuovo al quarto posto. Finisce che è passato lo spavento, durato una settimana, di essere fuori dalla zona Champions. Finisce e finisce bene. E non ci resta, quindi, che iniziare a pensare al Napoli. Ma soltanto un minuto dopo avere mandato un whatsapp ad un mio collega, milanese ed interista, che magari un tifoso del PSG non avrebbe mandato, ma che io gli mando, fosse solo perché, fin da ragazzino, la domenica andavo all’Olimpico e non al Parco dei Principi: «Ma voi che avete fatto, quest’anno, in casa con l’Udinese?».
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