Sempre facile parlare col senno del poi, a gara vista, a risultato acquisito. Ma nell'analisi della semifinale d'andata della Champions League tra Liverpool e Roma non si può non far riferimento alle tre diverse partite che sono state giocate all'interno della stessa partita. Nella prima, o dello studio, che è si è giocata grosso modo tra il 1' e il 25' minuto di gioco, le due squadre hanno trascorso una fase in cui sembrava delinearsi a poco a poco una certa superiorità della squadra giallorossa che sembrava meglio scaglionata col suo 3412 di concezione difensiva (tutto nasceva dall'idea di dover tenere centrale sulla trequarti Nainggolan per schermare il loro regista Henderson e sostanzialmente occupare ogni linea di primo passaggio sulle transizioni inglesi, così letali per come le aveva individuate Di Francesco studiando le loro precedenti partite), e pareva lasciare spazi invitanti nei quali soprattutto gli esterni Florenzi e Kolarov potevano fiondarsi con tempi e modi imprevedibili per gli uomini di Klopp.

La seconda partita

Poi c'è stato un intero tempo (tra il 25' del primo tempo e il 25' del secondo), o del dominio inglese, in cui il Liverpool ha spadroneggiato, avendo trovato le contromosse alle coperture romaniste (Milner e soprattutto Wijnaldum, entrato al posto dello sfortunato Oxlade-Chamberlain, si abbassavano a turno per liberare Henderson dai compiti di impostazione e costringere un altro dei centrocampisti a scegliere se alzarsi, lasciando i difensori romanisti all'uno contro uno, o abbassarsi concedendo ulteriore spazio di palleggio), e confidando sugli impacci delle transizioni giallorosse che erano frustrate quasi in partenza per la mancanza di sviluppo esterno che solitamente le catene a tre sanno garantire e che invece martedì, per l'accentramento di Nainggolan alle spalle di due punte che andavano a cercar gloria sulle fasce senza mai fare i movimenti degli esterni, mancavano dei consueti punti di riferimento.

La terza partita

Infine il terzo e ultimo tempo, o della riscossa romanista, in cui il (tardivo) intervento di Di Francesco ha restituito alla squadra giallorossa quella lucidità e quello scaglionamento offensivo che è mancato per tutto il tempo precedente: questo è avvenuto più o meno dal 25' del secondo tempo, dopo il quinto gol dei Reds arrivato peraltro nel momento della massima confusione (quando Di Francesco aveva inserito Gonalons al posto di De Rossi e Perotti al posto di Juan Jesus per rimettere la sua squadra col 433) con la squadra che non aveva ancora capito come doveva disporsi e nel caos Firmino è riuscito a saltare su calcio d'angolo senza alcuna resistenza romanista, né personalizzata, né di reparto. E in quei venti minuti finali, il parziale è stato di 2-0 per la Roma, complice anche l'uscita di Salah, per la standing ovation del suo pubblico.

La forza dei numeri

Le cifre che confortano le teorie delle tre diverse partite (o se vogliamo dei due diversi tempi da 45 minuti: quello iniziale e quello finale per la Roma, quello centrale per il Liverpool) sono presto fatte: la squadra di Di Francesco nel periodo centrale ha giocato 305 palloni (contro i 362 dei due altri periodi sommati), ha effettuato 193 passaggi (contro 259), ha tirato appena 2 volte (contro 12 dell'altro periodo), 0 nello specchio (contro 6), ha recuperato 27 palloni (contro 36) mentre ha perso quasi lo stesso numero di palloni (76 contro 84) e portato maggiori contrasti (11 contro 7). Morale? Chi dice che la Roma ha sbagliato a giocare in maniera troppo offensiva con il Liverpool probabilmente si è lasciato influenzare dalla macroevidenza dell'improponibile duello tra Salah e Juan Jesus senza soffermarsi troppo sui motivi che hanno portato il Liverpool a poter sfruttare questo duello.

Troppo offensiva? O poco?

Del resto, nei primi 25 minuti la Roma occupava il campo benissimo e il Liverpool non trovava mai sviluppi pericolosi né per Salah né per tutti gli altri attaccanti. E con le pressioni alzate in maniera coraggiosa e continuativa spaventava gli avversari che non trovavano mai modo di giocare il pallone pulito. Poi, forse dopo il primo vero pericolo corso, qualcosa è cambiato nella testa dei giallorossi che per istinto di sopravvivenza hanno cominciato ad abbassarsi troppo, lasciando quello spazio in mezzo che è stato conquistato dai centrocampisti del Liverpool o dal meraviglioso Firmino. Eccolo dunque l'errore: non è stato lasciato troppo spazio alle spalle, ma davanti ai difensori, e quindi in mezzo al campo. Lì il Liverpool ha vinto la partita, perché ogni palla proposta offensivamente trovava agevoli spazi di giocata sia tra le linee sia oltre le spalle della difesa. E così sono nate praticamente tutte le occasioni inglesi nei 45 minuti centrali della sfida.

E adesso?

Il finale da leoni restituisce qualche flebile speranza, magari suggestionata dall'impresa già compiuta col Barcellona. È probabile che Di Francesco si affidi stavolta al suo 433 e attraverso lo studio della partita sia illuminato da qualche altra idea in grado di annullare le distanze che ad Anfield sono sembrate evidenti. Comunque andrà a finire, la lezione di quest'anno tornerà utilissima per gli impegni del prossimo: e i soldi che la società sta andando a fatturare, tra diritti tv e nuove sponsorizzazioni, dovranno essere investiti al meglio sul mercato per svecchiare la rosa e sveltire la manovra.