Spiegare un pareggio con quattro reti tra due squadre di alto livello, allenati da due grandi allenatori, con periodi diversi di dominio e di gestione all'interno dei 90 minuti non è semplicissimo, ma si può cominciare con il dire che il pareggio è stato assolutamente giusto. Non succede sempre, non succede spesso, ma stavolta il risultato rispecchia anche quello che si è visto in campo, i numeri statistici sono i più fedeli testimoni dell'equilibrio che si è visto anche nella curiosa distribuzione delle tre diverse micro partite che si sono giocate: la prima di 45 minuti, la più equilibrata, terminata con un vantaggio della Roma che era pure meritato, ma che era logico all'intervallo considerare come provvisorio. Il secondo tempo della partita va invece diviso in due parti uguali da 25: nella prima il dominio dell'Inter è stato evidente e vedremo perché. Nella seconda la Roma ha ribaltato l'inerzia con coraggio e qualità, con il decisivo apporto dalla panchina dell'allenatore.

Lo stallo del primo tempo

Nel primo tempo la partita ha vissuto uno stallo tattico determinato dalla massima attenzione garantita dai giocatori le cui menti erano guidate da assoluta lucidità, senza particolari condizioni di stress né di stanchezza. Così era facile vedere molto spesso allineate le difese a cinque mai peraltro a scapito delle pressioni più alte, portate dagli attaccanti con il costante supporto dei centrocampisti. Due le scelte fondamentali: quella di Fonseca di alzare Veretout su Brozovic con il conseguente avanzamento di uno dei centrali sulla mezzala più alta (farà lo stesso con Leiva nel derby di venerdì?).

Conte, invece, alzava soprattutto Barella sul centrale libero dalle pressioni dei due attaccanti, lasciando a specchio tutti gli altri, sempre in parità numerica (altro elemento che contraddistingue la diversità del calcio moderno rispetto a quello che insegnavano gli allenatori della vecchia scuola all'italiana, quando non lasciare almeno un giocatore in più in fase di non possesso in difesa era considerato un sacrilegio). A spezzare lo stallo, come spesso avviene in questo tipo di partite, sono stati i dettagli: poteva andare in vantaggio l'Inter sugli errori individuali commessi da Spinazzola - a causa di una lenta risalita in area, che ha tenuto in gioco Lukaku a centro area (determinante la prima prodezza di Pau Lopez ) - e dallo stesso portiere spagnolo in un rinvio maldestro, e stavolta la prodezza è stata di Smalling sulla conclusione dell'enorme centravanti belga. Merita adeguata sottolineatura anche la spettacolare azione di Veretout che è andato a strappare il pallone dei piedi di Barella e ha rilanciato l'azione offensiva della Roma, conclusa in tre tocchi fino alla vincente conclusione di Pellegrini. Ma la Roma non si è fermata ed ha continuato ad attaccare, sfiorando il goal ancora con Veretout e dimostrando di poter reggere il confronto con l'Inter che però, a fine primo tempo, ha alzato decisamente i ritmi e ha così creato le basi per l'assalto della ripresa.

L'assalto dell'Inter

Conte all'intervallo deve aver suonato la sveglia: al ritorno in campo i nerazzurri hanno mostrato una ferocia tattica che nel primo tempo non avevano avuto e, di contro, la Roma ha mostrato ancora quelle lacune mentali di cui avevamo parlato già dopo le sfide con Napoli e Atalanta, quando alle difficoltà di natura fisica e di fronte alla prepotente risalita degli avversari, in pochi sembrano in grado di sostenere l'urto mentre altri sembrano addirittura voler abbandonare lentamente la nave. Non sono certo tradimenti volontari, è più probabile che la causa vada ricercata nella non ancora rifinita statura mentale di qualche elemento, sia pure all'interno di un percorso di crescita evidente, come stavolta dimostrerà il finale di partita.

In ogni caso, ad ogni assalto interista la Roma avrebbe avuto modo di piazzare delle transizioni che avrebbero potuto garantirle dei vantaggi, ma i tanti errori di rifinitura e di scelta individuale non lo hanno permesso. Pensiamo ad esempio alla ripartenza di Dzeko con un quattro contro tre sprecato o alla percussione di Veretout che ha cercato l'assistenza di Spinazzola che s'era però fermato 20 metri prima (e forse Fonseca avrebbe dovuto cogliere con maggior tempestività i segnali di resa palesati dal fisico del suo terzino) mentre l'Inter piano piano invece riusciva a far fruttare le pressioni estreme anche a costo di rischiare qualcosa e soprattutto la Roma pareva incapace di reagire alle piccole variazioni tattiche suggerite da Conte, tipo quella di abbassare contemporaneamente Brozovic e Vidal all'impostazione più bassa, con il risultato di mandare in tilt le pressioni della Roma a cui mancavano evidentemente precisi riferimenti. Così in questa fase era Bastoni ad aprirsi sulla fascia, con Young ad accentrarsi da mezzala e Lautaro ad occupare lo spazio più avanzato esterno.

Il goal di Hakimi sta lì a testimoniarlo, ma anche il pareggio su calcio d'angolo è estremamente significativo: Veretout, uno dei combattenti che non si arrende mai, invece di andare a saltare per opporsi al terzo tempo di Skriniar è rimasto fermo a guardare l'ineluttabile. Anche il palleggio, a quel punto, aveva perso brillantezza: evidente il malinteso tra Mancini e Karsdorp su una palla laterale malamente regalata agli interisti. E in un'altra azione lo stesso Karsdorp, dopo aver perso un contrasto sulla fascia, è rimasto fermo a guardare la battuta del fallo laterale mentre i nerazzurri ripartivano spiritati all'assalto. La Roma è andata così in tilt, ma poi, piano piano, ha risalito la china. Ecco come.

Il ritorno della Roma

Se la sostituzione di Spinazzola è stata un po' tardiva, quella di Veretout è stato un capolavoro e gliene va dato atto a Fonseca. Perché contrariamente a quello che aveva pensato la maggior parte dei tifosi, il portoghese non ha tolto dal campo Villar, peraltro già ammonito, confidando sulle sue capacità di palleggio. L'Inter invece ha mollato la presa, i tre cambi di Conte hanno abbassato tasso tecnico e tolto qualcosa anche del furore agonistico visto che Gagliardini si messo a fare solo l'incontrista, Perisic si è nascosto, Kolarov ha fatto solo il terzino e Young, nella fascia meno amata, ha subito addirittura Peres. L'anima della gara è cambiata, la Roma è tornata brillante e ha giustamente pareggiato, guidata da un Villar meraviglioso.