È morto all'età di settantaquattro anni Fabio Enzo, ex calciatore della Roma, l'annuncio è arrivato ieri attraverso i canali ufficiali del club. Attaccante, arrivato dalla Tevere Roma nel 1966, ha militato con la maglia giallorossa fino al 1968 e in una piccola parentesi nel 1969 tra un prestito al Mantova e il suo trasferimento al Cesena, arrivando a collezionare otto gol in trentasei presenze ufficiali.
Adriano Zecca, calciatore della Roma tra il 1949 e il 1953, il 24 dicembre 1966, colpito dalla doppietta di Fabio Enzo in un esaltante Roma-Torino 4-0 che proietta la Roma al quarto posto in classifica, prende la penna e scrive al Corriere dello Sport: «Assistendo a Roma-Torino, ho avuto modo di visionare il giovanissimo Enzo, il tanto discusso centrattacco di questa sempre più sorprendente e miracolosa squadra di Oronzo Pugliese. L'impressione che ha suscitato in me il baldanzoso giovanotto è stata senz'altro favorevole, indipendentemente dalle due magnifiche reti segnate. In lui mi è piaciuto molto quel modo di lanciarsi impetuosamente nel vivo di ogni azione, con un coraggio e una decisione davvero ammirevoli. Certamente, può permetterselo, perché madre natura lo ha fornito di un fisico poderoso. Per quel che riguarda la tecnica individuale, Enzo è dotato di un tiro potente, anche se non sempre preciso, che scocca con disinvoltura da qualsiasi posizione. Il suo controllo di palla risulta ruvido e piuttosto elementare, specialmente nel fraseggio stretto e serrato, mentre nel gioco a largo respiro il suo palleggio diventa più sicuro e di conseguenza più efficace. Nel gioco alto, invece, si esprime meglio, tanto che, nelle mischie, la sua testa sovente svetta sulle altre, creando continuamente pericoli. Nei contrasti, Enzo si trova a suo agio tanto da sembrare addirittura pesante e falloso. È lento e privo di scatto, tuttavia se viene lanciato in profondità la sua velocità aumenta progressivamente e la sua azione acquista una consistenza tale da fornire l'impressione di una forza della natura scatenata e inarrestabile. Si può rilevare in lui una carica agonistica veramente eccezionale; difficilmente si può riscontrare in altri attaccanti un così spiccato senso del possesso della palla. Non esiste avversario che riesca a intimidirlo. E questo, credetemi, non è poco (io stesso sono stato centravanti e so bene cosa significa trovarsi sempre dentro l'area avversaria). In definitiva, Enzo rappresenta il prototipo del centravanti di sfondamento; non bisogna però pretendere da lui troppo presto quello che, senz'altro, potrà dare in seguito. Lasciate che acquisti un po' di mestiere e, con esso, la necessaria malizia; aspettate che migliori la sua tecnica individuale (cosa possibilissima); ma soprattutto dategli l'opportunità di maturare in tutta tranquillità; allora, ne sono certo, i tifosi romanisti avranno ritrovato in lui il nuovo Volk, il non dimenticato centravanti del leggendario Testaccio».

Non diventò Volk, ma nella sua esperienza romanista seppe farsi voler bene. Soprattutto il 23 ottobre 1966. Il 23 ottobre è un giorno da derby e lui, 17 anni prima di un altro 23 ottobre passato alla storia per il "Ti Amo", fece la sua dichiarazione d'amore con un colpo di testa al 16' del primo tempo, su cross di Peirò. Gol, Lazio-Roma 0-1. Era il suo primo gol in Serie A, alla sua terza presenza. Oronzo Pugliese aveva deciso di inserirlo per arretrare proprio Peirò e la mossa aveva funzionato. Funzionerà per un bel po', Enzo continuerà ad aprire spazi per Peirò e a far gol. Più con tiri da fuori che di testa, nonostante il quasi metro e novanta di altezza. Quando era nella Compagnia Atleti Militari di stanza a Roma, al termine degli allenamenti restava sul campo con Gigi Riva per allenare Dino Zoff sui tiri da fuori. E quando un tifoso chiese al portiere futuro campione del mondo se era più potente il tiro di Enzo o di Riva, la risposta non era quella che vi sareste aspettati.

Molte cose che faceva Fabio Enzo, non ve le sareste aspettati. Era compagno di stanza di Fabio Capello, che lo svegliava ogni mattina perché usciva alle 6 per andare a comprare il giornale, tornava e lo aggiornava sulle notizie, mentre lui provava a prendersi qualche minuto di sonno in più. Una volta a Ostia incontrò Pier Paolo Pasolini e volle conoscerlo. Iniziarono a parlare di calcio e cinema fino alle 3 di notte. «Gli raccontai che venivo da Cavallino Treporti e scoprii che lui conosceva il mio paese, perché aveva abitato a Sacile. Mi disse che una volta ci era quasi arrivato, in un'escursione, ma fermandosi al confine con Jesolo. E il mio paese inizia proprio lì». Sono 577 chilometri tra Cavallino Treporti, provincia di Venezia, dove era nato il 22 giugno 1946, e lo Stadio Olimpico di Roma. Fino a pochi anni fa, ogni tanto Fabio Enzo prendeva la macchina e se li sciroppava tutti da solo, ovviamente anche al ritorno, per andare a vedere le partite della Roma, la squadra a cui ha dato il meglio di sé. 42 partite e 10 gol, tra il 1966 e il 1968, con un breve ritorno per alcune partite della stagione 1969/1970. Ha giocato fino al 1983, tra B e C, tranne qualche piccola apparizione al Napoli in Serie A.

Bravo ragazzo, grande romanista, straordinario personaggio. Ogni tanto passava i periodi di sosta a New York perché aveva incontrato una ragazza durante un breve tour con la Roma, quando veniva convocato con la De Martino per amichevoli organizzate in qualche paese della regione da funzionari della Democrazia Cristiana, mentre, prima del fischio d'inizio, veniva fatto suonare l'inno della Dc, lui alzava il pugno chiuso e cantava "Bandiera Rossa".

Non ha mai dimenticato la Roma, non ha mai dimenticato una data. 23 ottobre 1966. A chi gli chiedeva come faceva a ricordarsela, rispondeva: «Come faccio? Semplicissimo: è stato il mio primo gol in serie A. E nel derby di Roma, non so se mi spiego. Quella volta abbiamo dominato e io ho segnato di testa dopo un quarto d'ora, un gran colpo, centrale. In porta loro avevano Cei, che poi ha parato un rigore a Barison. Un ricordo incancellabile, come gli anni romani. Un tuo gol che decide il derby è qualcosa che non si può descrivere. Mi fecero un articolo a tutta pagina. Lo conservo ancora, ben piegato. Sai, un pagina intera su uno che di cognome fa Enzo. Non mi chiamavo mica Sivori o Rivera o Riva». Ma tirava più forte di Riva, parola di Zoff. Segnò il suo ultimo gol il 3 settembre 1969 in Coppa Italia col Perugia. «Ho solo un desiderio ora: fare il bis contro la Lazio», disse a fine partita. Quattro giorni dopo c'era il derby.