Se si vogliono individuare i motivi della sconfitta della Roma e ci si astrae (per definizione in questa rubrica dobbiamo farlo) dalle implicazioni arbitrali, basta riguardare i dieci, forse anche i cinque minuti finali della gara disputata giovedì al Borussia Park. In palio per i tedeschi c'era la possibilità di restare in Europa (perdendo sarebbero stati fuori, pareggiando il cammino si sarebbe assai complicato, vincendo si sarebbero riaperte tutte le possibilità) e per la Roma di riempire o meno di significati le ultime partite (una vittoria avrebbe significato la qualificazione, un pareggio l'avrebbe avvicinata, una sconfitta allontanata). Logico, dunque, che nel finale di una partita molto equilibrata, sofferta nella prima parte dalla Roma e poi decisamente controllata, negli ultimi minuti i romanisti tendessero a far passare il tempo mentre i tedeschi provassero a guadagnarlo. Logico, ma non da grandissima squadra. Perché una formazione matura e di valori assodati avrebbe invece spinto in quel finale per trovare la vittoria, invece di accontentarsi del pareggio. Proprio perché attraverso il palleggio ragionato e verticale la Roma nella ripresa aveva messo in forti difficoltà i padroni di casa, l'istinto rapace avrebbe dovuto suggerire di affondare ancora di più nelle incertezze altrui, invece la Roma, un po' come fece a Graz con i modesti austiaci del Wolfsberger, è sembrata orientata alla gestione del punticino guadagnato. E, puntuale, è arrivata la punizione.

Da Perotti a Ünder

Rivediamolo, dunque, questo finale, con le troppe palle perse dai giocatori della Roma, da Dzeko a Santon, da Veretout a Kluivert, da Kolarov a Perotti, da Ünder a Diawara. E passi per chi per tutta la partita ha cantato e portato la croce, forse è un po' meno comprensibile il comportamento di uno come Perotti, ad esempio, che smania per giocare ma poi ogni volta che entra sembra sempre che abbia la necessità di scendere anzitutto a patti con il suo nervosismo.

Anche giovedì, dopo aver mancato un controllo non complicato su una palla rinviata da Santon che aveva colto impreparata la difesa tedesca e favorito un potenziale due contro due (c'era anche Dzeko libero) di promettente sviluppo, si è messo a litigare in maniera sgradevole con Lainer che gli aveva passato il pallone per favorire la rimessa laterale, favorendo la reazione rabbiosa del pubblico (che ha ulteriormente caricato i verdi) e maldisposto l'arbitro. Nel finale sono piovute le punizioni per il Borussia, tutte nei pressi dell'area romanista, in virtù di falli tutt'altro che evidenti di Santon, di Kolarov e, l'ultimo, da cui è nata l'azione che si è poi sviluppata fino al pareggio, proprio di Perotti, che era in possesso palla poco oltre la metà campo, l'ha persa e ha commesso fallo nel tentativo di recuperarlo.

Il patatrac della difesa

Ma nell'azione del gol di Thuram sono evidentissime le responsabilità difensive di tutta la squadra, la mancanza di concentrazione, la poca presenza di spirito. Perché ammesso, e non concesso, che fosse giusto difendersi nel finale di una partita così, affrontare un cross in area dalla trequarti con tre difensori contro cinque attaccanti avversari è una specie di suicidio senza senso. Roba da Roma distratta di altri tempi, di altre annate, di altri allenatori.

Non quella attenta, tenace e sempre concentrata che abbiamo magnificato nelle ultime settimane, anche nelle gare in cui non si è perso. Nell'azione del gol tedesco l'errore è collettivo perché nello spostamento della zona d'attenzione avversario (con la palla che ha viaggiato da una fascia all'altra), è mancato completamente il meccanismo di scalatura per ricostituire una terza linea di difesa con numeri almeno pari a quelli degli attaccanti. E invece non solo non si è difeso in parità numerica, ma addirittura in doppia inferiorità, tre difensori contro cinque attaccanti. Errore clamoroso, non ascrivibile a singole responsabilità, ma di tutti quelli che erano in campo in quel momenti.

La gara di scacchi

Peccato che sia arrivata quella mancanza di concentrazione nel finale dopo una partita così attenta dal punto di vista tattico, appassionante per gli amanti del genere anche se non ricchissima di palle gol. I due allenatori hanno un'idea della fase di non possesso che prevede la ricerca dell'immediata riconquista e quindi la pressione altissima sin dalla prima impostazione avversaria. Con le diversità delle disposizioni differenti (4231 per la Roma per tutta la partita, 3412 nel primo tempo e 4312 nel secondo per il Borussia), si è visto in ogni caso un bel campionario di pressioni offensive ben portate che però nella Roma a volte è stato attenuato.

E questo è sempre un errore, per come ormai è concepita la squadra romanista. Nel finale del primo tempo, per esempio, questa pressione è mancata, poi nella ripresa è ricominciata e d'incanto la squadra ha cominciato a mettere alle corte il Borussia, un po' come accaduto contro il Napoli pochi giorni prima. Nel primo tempo per esempio Kolarov e Santon sono sempre andati in pressione altissima sui quinti avversari, faticando magari a ritrovare la posizione scalando verso il centro non appena il pallone veniva girato dagli avversari dalla parte opposta. In questo senso può essere un po' mancato il lavoro di indirizzamento delle pressioni da parte degli attaccanti.

Le tre uscite della Roma

Piuttosto, stante la ripetitività delle partite in cui questo schema è stato riproposto, si può ufficialmente dire che Fonseca ha varato la sua terza proposta di costruzione offensiva da quando è cominciata la sua avventura nella Roma. Era partito con quella sbilanciata impostazione con due difensori larghi e coperti (male) solo dai due mediani, con i terzini altissimi sulla linea dei 4 attaccanti. Si è passati poi alla versione asimmetrica a tre (due centrali e un terzino, il destro) con immediato spostamento in avanti dell'altro terzino, solitamente Kolarov, a fare da estremo opposto all'attaccante di destra, per uno schieramento a cinque attaccanti che veniva completato dal centravanti e dai due trequartisti.

E adesso invece l'impostazione è a 3 ma con Mancini che si abbassa in mezzo ai centrali ed è forse la formula più equilibrata. Perché quando si perde palla, la presenza di Mancini (e, all'occorrenza, di un mastino come Veretout) è immediata garanzia di copertura di ogni sbilanciamento. Chissà se rispostando Mancini dietro (magari già da Parma) Fonseca se ne inventerà un'altra.