Con il vento del risultato che spinge alle spalle, la barchetta del consenso alle prestazioni della Roma di Fonseca adesso sembra procedere più spedita. Funziona così, del resto, in un paese in cui si continua a giudicare un allenatore solo per il risultato della partita, spesso solo dell'ultima. Ma gli analisti si erano già portati avanti col lavoro, anche quelli del Milan: «Si vede che Fonseca ha saputo creare in poco tempo una squadra - ha detto Pioli per esempio a fine gara - ed eravamo preparati per affrontarli. Ma poi abbiamo commesso troppi errori e contro una Roma così forte li paghi».

Una Roma così forte. Fa strano a sentirlo dire da chi apparentemente è lontano quando dentro casa è spesso il disfattismo a farsi strada. Eppure i progressi tattici della squadra erano lì evidenti anche alla fine di partite pareggiate, spesso per (de)meriti che con gli avversari non avevano nulla a che vedere. E per fortuna che questa Roma non perde (in 12 partite ufficiali le è capitato una sola volta, con l'Atalanta, e le partite salgono a 22 se ci aggiungiamo anche le amichevoli, concluse senza macchie).

Ma adesso è tornata anche a vincere anche in casa, 38 giorni dopo l'ultima in assoluto (in Europa League col Basaksehir), 42 dopo la vittoria in campionato col Sassuolo. E lo ha fatto con pieno merito, soffrendo solo un po', nella prima parte della gara, qualche giocata nella trequarti offensiva milanista sfociata in qualche tiro da fuori o in qualche penetrazione in area risolta comunque dai difensori.

Al netto del gol su calcio d'angolo, già nel primo tempo peraltro la Roma è stata più pericolosa riuscendo a costruire tre nitide palle-gol, con altrettante conclusioni di Pastore, una deviata di testa/collo da Donnarumma e due sfumate a lato di pochissimo. E nella ripresa dopo aver spaventato due volte il portierone milanista con due palle inattive (punizione di Kolarov destinata all'incrocio deviata in corner e testa di Smalling fuori da posizione favorevolissima sull'angolo successivo), la Roma ha subito il gol del momentaneo pareggio per via di un errore nello scaglionamento difensivo di cui parliamo a parte. Evidenti però nello specifico i meriti tecnici di Theo Hernandez: lo stop col suo piede, il sinistro, e il tiro al volo di destro prima che la palla ricadesse a terra è stato davvero delizioso.

Poi l'errore di Calabria ha favorito l'azione del 2-1 e lì la partita è sostanzialmente finita anche per via del gran contributo fornito dai panchinari (Antonucci, Cetin e Santon) entrati a rinforzare soprattutto difensivamente la squadra che nel finale ha adottato una specie di 5-4-1 per evitare ogni rischio ulteriore.

Diamo i numeri: 4231 o 4141?

Secondo alcune teorie, da quando Fonseca ha schierato Mancini come soluzione d'emergenza per rimediare alla carestia di mediani la Roma si è schierata con un sistema di gioco diverso: il 4141, dove l'ex atalantino sarebbe l'unico centrocampista davanti alla difesa, con una linea intermedia formata da Zaniolo, Pastore, Veretout e Perotti e Dzeko unica punta. Come possiamo però vedere nelle grafiche qui riportate, in realtà la posizione di Veretout è molto più affine a quella di Mancini in fase di non possesso rispetto a quella di Pastore.

Sulla prima impostazione avversaria il sistema di gioco della Roma è sempre 4231, con il trequartista centrale più avanti rispetto ai due esterni

Succede solo a volte che nei tentativi delle squadre avversarie di attirare verso la trequarti un difensore della Roma (che si tratti di un terzino o di un centrale, magari in uscita su un avversario diretto che riceve palla) Mancini sia quello che per le sue specifiche caratteristiche tende più dell'omologo francese ad andare a ricucire lo strappo.

Se la difesa è più bassa, a volte la Roma si dispone in un più classico 442, con gli esterni che si compattano sulla linea dei mediani

In quel caso Pastore (o il trequartista centrale) si abbassa sulla linea di Veretout proprio per ricostruire una barriera a metà campo. In realtà la Roma in fase di non possesso è salda nel suo 442 e in fase di possesso, quando la costruzione comincia dal basso, si schiera con una sorta di 3331, con Mancini che si abbassa in mezzo ai due centrali, i terzini che si alzano sulla linea di Veretout, i tre trequartisti si alternano uno a dettare la profondità in zona palla e gli altri due a venire incontro mentre Dzeko va dove lo porta il suo straordinario intuito di giocatore decisivo, nei tempi e negli spazi che decide lui. Così Fonseca ha costruito la Roma sulle ceneri della strage di muscoli e articolazioni che hanno così pesantemente ridotto le sue possibilità di scelta.

Quel che succede se gli esterni non si abbassano a difendere con accortezza si è visto sul gol del provvisorio pareggio del Milan: inutile in quel caso aumentare la densità solo sulla zona palla perché alle spalle si rischia di restare scoperti. Qui Pastore dovrebbe spostarsi su Kessie (cerchi rossi) e Zaniolo guardare Hernandez (cerchi gialli) visto che Spinazzola è impegnato con Smalling nella marcatura di Leao (cerchio blu)

Infatti sul lungo cross di Calabria, Hernandez può ricevere in solitudine, stoppare e fare gol

Palle inattive: una sentenza

Col ritorno di Fazio, la conferma di Smalling e Mancini e il recupero di Dzeko dall'infortunio, la Roma è tornata anche a dettare legge in area, sia nella propria (8 calci d'angolo per il Milan e neanche una conclusione verso la porta) sia in quella avversaria (4 corner e ben tre conclusioni: uno gol e due sfiorati).

Mentre Veretout si accinge a calciare, Dzeko, già seguito dal suo marcatore Kessie, si avvicina a Smalling, marcato da Hernandez, (cerchi rossi)

E a proposito dell'annoso dibattito tra la maggior efficacia di uno schieramento difensivo sulle palle inattive a zona o a uomo, Roma-Milan segna un pesantissimo punto a favore della zona.

Dzeko si posiziona esattamente dietro a Smalling, usando il compagno come scudo (e blocco) per tenere lontano Kessie

Guardate nelle grafiche come un solo, innocente blocco su Kessie abbia consentito a Dzeko di saltare da solo sul secondo palo per il gol dell'1-0, e non c'è spazio per mostrare anche i sapienti movimenti che hanno portato a saltare da soli Smalling al 5' (perso da Hernandez) e Mancini al 25' del secondo tempo (perso da Calabria), tutti nel cuore dell'area.

Così quando parte la traiettoria forte sul primo palo, dove si getta senza alcuna incertezza Mancini, il bosniaco prende vantaggio per andare nella zona del secondo palo totalmente scoperta (solo chi marca a uomo mantiene un presidio anche lì)

Si vede l'enorme lavoro del tecnico portoghese sulle palle inattive, si vedono i frutti di ricerche di scaglionamento e soluzioni sofisticate e non ripetitive. E Veretout peraltro si sta rivelando anche un ottimo "esecutore" di cross da ogni posizione.

Così quando la deviazione del compagno arriva proprio in quella zona, al centravanti mascherato della Roma non resta che caricare il colpo di testa e schiacciare la palla in rete con tutta la forza possibile, e per Donnarumma risulterà impossibile respingere

SuperPastore a sorpresa

La certificazione del lavoro dell'allenatore arriva però anche dall'affermazione di calciatori che avevano bisogno di fiducia per poter tornare ad esprimere quella qualità che non potevano aver perduto, all'interno di un meccanismo collaudato. Come il caso di Pastore, l'autore delle conclusioni più pericolose sulle azioni manovrate e anche di una prestazione che dal punto di vista delle performances atletiche è davvero impressionante: dei 28 giocatori scesi in campo all'Olimpico, secondo i dati forniti dalla Lega di Serie A, è quello che ha percorso più metri (11.727, di cui 2596 condotti in jogging, 8077 in corsa sostenuta e 1054 in sprint).

È il secondo dopo Spinazzola per numero di palloni giocati (54), il primo con Zaniolo per occasioni create (3), il quarto per passaggi riusciti e il terzo per numero di recuperi effettuati. Una prestazione a tutto tondo che lo ha portato a pressare Hernandez al 95' e a rubargli la palla, a farsi far fallo da Romagnoli (ammonito) e a far trascorrere così gli ultimi secondi del match.