L'analisi di Verona-Roma: il capolavoro modellato da Gasperini l’artigiano
Ogni partita una creatura diversa: anche a Verona l’allenatore ha ridisegnato la sua squadra fino a ottenere quello che cercava
(GETTY IMAGES)
Gasperini l’ha fatto di nuovo. Poi si potrà pensare che sia un uomo fortunato, che gli avversari si siano scansati, che i concorrenti si siano suicidati. Ma è un dato di fatto ed una statistica sorprendente: l’ultimo ad essere riuscito ad inanellare cinque vittorie consecutive nelle cinque partite finali di campionato era stato proprio Gasp con l’Atalanta e attraverso quel filotto aveva raggiunto la qualificazione alla Champions League nella stagione 2023-24. Chissà a Bergamo, ma cinque giornate a Roma fa non ci credeva quasi nessuno, tranne lui, ovviamente: «Non mi è mai capitato di conquistare la Champions League con tante giornate di anticipo, mi sono sempre dovuto battere fino all’ultima partita per raggiungere il risultato.
Sarà così anche questa volta. Nessuno in società mi ha chiesto la Champions League, è un obiettivo che mi sono posto io, insieme con i ragazzi». A parole pareva facile, sembrava la solita retorica: giochiamo le ultime partite come se fossero altrettante finali e poi vediamo il risultato. Lo dicono tutti, no? E invece c’è chi lo dice e c’è chi lo fa: per la Roma cinque partite, cinque vittorie, 13 gol fatti, solo 2 subiti (quattro clean sheet), 15 punti non tutti facilmente guadagnati (la sliding door è stata indubbiamente Parma, con l’ingiusto risultato che stava maturando allo scoccare dei 90 minuti) mentre le altre concorrenti sentivano il peso della fatica di una stagione lunga e la responsabilità di chi certi traguardi deve raggiungerli per forza.
L’impegno del Verona
Ma chi pensa che anche a Verona sia stato tutto facile, probabilmente non ha visto la partita. Sammarco e i suoi ragazzi hanno dato tutto quello che potevano dare, rischiando di affossare le ambizioni della Roma già nel primo tempo con quella verticale tra Lovric e Bowie con l’ingenuità di Ghilardi che tanto ha fatto arrabbiare Gasperini, prima che con il suo solito, immancabile miracolo Svilar deviasse il pallone in calcio d’angolo, permettendo alla Roma di restare in partita. E poi, nel secondo tempo, anche in 10, approfittando anzi nel momento di indecisione della Roma, incerta se continuare ad attaccare per raggiungere il secondo gol che avrebbe dato la certezza della Champions o difendere il vantaggio in superiorità numerica. In quel periodo, la Roma ha sbagliato tante rifiniture e ha sprecato diverse occasioni, e poi Dybala è stato tanto provvidenziale da trovarsi anche davanti alla porta di Svilar a deviare una conclusione di Belghali che avrebbe potuto clamorosamente far pareggiare il Verona al 34’ del secondo tempo.
Le (in)decisioni del tecnico
E ancora una volta Gasperini è stato l’artigiano che ha modellato la sua squadra, cambiando marcature, posizioni e uomini fino a che non ha trovato la strada giusta. Anche su questo l’interpretazione potrebbe essere contraria: «Gasperini è troppo indeciso e si fa influenzare troppo dai singoli errori». C’è persino una parte di verità in questa affermazione che abbiamo sentito troppo spesso quest’anno dai nemici del tecnico, ma manca la sostanza del discorso: è anche attraverso queste continue elaborazioni che Gasperini annusa l’aria durante le partite, così nessun giocatore della Roma può mai rilassarsi e tutti sono chiamati a dare il massimo. Se uno sbaglia rischia di andar fuori. Spietato, forse, ma giusto. Chi regge la responsabilità è/sarà il benvenuto, gli altri possono farsi da parte. E la partita resta sempre sotto il controllo del tecnico. Così anche a Verona Gasp è partito con una formazione, schierando Cristante sul centrodestra e Pisilli sul centrosinistra dall’inizio e Soulé sulla destra di Malen Dybala dall’altra parte, ma dopo pochi minuti, viste un paio di incursioni mal lette dalla parte destra, ha deciso di invertire le posizioni di questi uomini, prima spostando i centrocampisti e dopo un po’ gli attaccanti.
Il cambio di Ziolkowski
A fine primo tempo ha valutato gli errori di Ghilardi sull’unica occasione concessa al Verona, ma anche un paio di incertezze del giocatore in alcune fasi meno decisive della partita, e anche un paio di palloni persi male da Pisilli (da cui è nato anche un vivace rimprovero proprio davanti alla panchina) e probabilmente anche quella indecisione in quella conclusione di testa su pennellata di Malen, proprio un minuto prima dell’intervallo. Così nel secondo tempo, la Roma si è presentata con due giocatori nuovi, El Aynaoui al posto di Pisilli e Ziolkowski al posto di Ghilardi. La superiorità numerica ha dato all’allenatore le prime certezze in una gara che sembrava stregata, il vantaggio raggiunto con Malen ha consolidato questa percezione. Ma il Verona non si è arreso, con un paio di cambi Sammarco ha dato maggior vigore al centrocampo e senza aver nulla da perdere la sua squadra ha deciso di provare l’impresa, per onorare fino in fondo il suo campionato. Alla Roma è venuto un po’ il braccetto del tennista, Soulé e Dybala hanno esaltato le capacità di Montipò, e poi altri due cambi di Sammarco hanno indotto Gasperini ad intervenire.
Lì c’è è stato anche un momento di incertezza: il tecnico voleva far entrare infatti Koné al posto di un difensore (Hermoso) per riequilibrare i confronti dal punto di vista tattico, visto che l’inferiorità numerica costringeva sempre Mancini e soprattutto lo spagnolo ad alzarsi su avversari di centrocampo. Ma quando ha chiamato la sua sostituzione, Mancini ha fatto ampi cenni invitando l’allenatore a fare ulteriori riflessioni per non disperdere il carico dell’esperienza che Hermoso stava garantendo nella complicata interpretazione della gara. E proprio un attimo dopo, mentre la Roma aveva momentaneamente sospeso le sostituzioni, Ziolkowski ha rimediato il cartellino giallo con una scivolata a metà campo senza senso che ha immediatamente influenzato la scelta sul cambio: fuori il polacco, entrato da appena 26 minuti, dentro il centrocampista francese. La Roma ha poi creato altre occasioni, ma la porta sembrava stregata finché non è servito l’intuito di Dybala, stavolta difensivo, per respingere l’ultima insidia. Poi il gran finale, con la rete di El Shaarawy a scrivere l’epilogo più bello del film di questa stagione, e anche della sua carriera decennale dentro la Roma. Una partita, insomma, che è un po’ un compendio della stagione romanista. Studiata, aggredita, poi cambiata, sofferta, finalmente vinta, poi rimessa in discussione, e riaggredita, e definitivamente vinta. Attraverso l’applicazione di un gruppo di giocatori coesi intorno ad un’idea vincente di un allenatore ineguagliabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE