Falcao: "I tifosi della Roma sono unici. Ecco perché non calciai contro il Liverpool"
Il campione brasiliano protagonista in un'intervista su Rai Play: "Il gol di Turone il più grande scandalo mai visto nella mia carriera"
(INSTAGRAM)
Paulo Roberto Falcao ha rilasciato un'intervista disponibile su Rai Play. Queste le sue parole:
Partiamo dal tuo Brasile nel 1982, tra le squadre più forti mai viste, con un centrocampo che oltre a te, prevedeva Socrates, Zico e Cerezo. Come avete fatto a far coesistere tanto talento?
"Era una squadra forte, oltre ai giocatori che hai citato ce ne erano altri forti. Era una squadra fantastica che giocava per vincere, ma penso che quando ho allenato volevo che la mia squadra oltre che vincere emozionasse i tifosi: quella squadra giocava per quello".
Contro l'Italia infatti perdeste, ma nessuno può cancellare la bellezza del vostro gioco. Anche gli allenamenti venivano trasmessi, vi muovevate come una scuola di danza. Tornati in Brasile ha prevalso la delusione o la gratitudine tra i tifosi?
"Questo passo, che tu paragoni alla danza, per noi era normalità. Ci muovevamo tutti insieme, con lo stesso passo e con la stessa musica. Tornati in Brasile c'era tanta gente, come se avessimo vinto. La gratitudine c'è rimasta dentro".
Il Brasile di oggi sembra diverso, meno votato alla bellezza e più attento.
"Siamo tutti diversi, come l'Italia anche il Brasile. Fino a qualche anno fa, le top erano solo Brasile, Argentina, Italia e Germania. Ora l'Italia manca da tre Mondiali: questa è una cosa molto triste, perché senza gli Azzurri i Mondiali diminuiscono di qualità. Speriamo che Malagò possa fare un bel lavoro".
Hai parlato dell'accoglienza, al rientro da quel Mondiale, dei tifosi brasiliani. E quella dei romanisti?
"Ricordo che dovevamo scendere a Fiumicino e invece scesi a Ciampino, c'era tanta gente: fu una cosa fantastica. Non si vinceva lo Scudetto da 40 anni, fu un momento unico per la tifoseria. Alla fine sono loro la cosa principale in una squadra. Uno striscione diceva che "La Roma non si discute, si ama". A me non piaceva perché significava accettare qualsiasi rendimento sul campo, mentre una squadra come la Roma meritava di vincere. Questo mi ha dato la spinta, perché questa Roma doveva costruire qualcosa di diverso. I tifosi sono unici, inizialmente andavano in pochi in trasferta, poi ricordo che nell'anno dello Scudetto vidi lo stadio del Pisa tutto giallorosso".
Tu avevi già vinto con l'Internacional di Porto Alegre, avevi trovato lo stesso entusiasmo che hai poi vissuto a Roma?
"Dopo la partita contro il Genoa i tifosi invasero il campo, fu una cosa unica. Si capiva che la Roma era arrivata a farsi rispettare in Italia, perché aveva giocato meglio, perché aveva giocatori con forza. Contro il Genoa segnò Pruzzo di testa, era un momento unico perché da tanto non si viveva quello. Avevo vinto qualche anno prima il campionato col Porto Alegre da imbattuti, un record ai tempi. Ma lo Scudetto con la Roma fu bellissimo".
I tifosi ti definivano "Il Divino" perché hai avuto un impatto anche culturale su una squadra non abituata a vincere. Che effetto ti fa?
"Forse il mio contributo è stato più nello spogliatoio che in campo. Non lo dico io, ma ho sentito Bruno Conti e Pruzzo anche dire così. Ero convinto che potessimo fare di più, che potessimo vincere in Italia giocando meglio degli altri, anche fuori casa. Perché in casa giochi come tra le braccia di mamma e papà, ma l'importante è vincere fuori. E poi non posso dimenticare il gol di Turone: quella Roma poteva vincere due Scudetti, è stato lo scandalo più grande del calcio italiano".
Dicesti che se in una giornata accadeva qualcosa nel tuo rapporto con qualcuno, passavi poi il tempo a capire come rimediare. Un calciatore che diventava in questo modo anche guida per i tifosi più piccoli era qualcosa di nuovo: eri cosciente di poter essere un'ispirazione per i giovani?
"Penso di non essermi mai preoccupato di questo, mi sono preoccupato di giocare bene e di far giocare bene gli altri. Non mi piace fare nomi, perché ti scordi sempre qualcuno, ma veramente oltre a me c'era un grande gruppo guidato da Liedholm. Eravamo pochi, perché oggi le rose hanno 30 calciatori e noi eravamo 17-18. Ma avevamo piacere nel giocare, contro anche squadre più forti come Inter e Milan, pensando a giocare bene e che poteva dipendere solo da noi. La vittoria di domenica partiva da martedì".
Nel 1984 la Roma arriva in finale di Coppa dei Campioni. Qual è il tuo momento più bello di quella cavalcata?
"Penso che contro il Sofia abbiamo fatto una bellissima partita, feci gol con assist di Pruzzo, e poi per fortuna salvai un gol aiutando Tancredi. Contro il Dundee non giocai per un problema al ginocchio destro dopo un fallo di un giocatore interista: giocavo con le punture. Dovevamo vincere e vincemmo 3-0, fu un momento importante per la storia".
Dopo la finale sembrava a portata di mano, i tifosi erano convinti di vincere. Quanto ha pesato la pressione?
"Forse, è sempre molto facile parlare dopo. Il Liverpool era una squadra forte, superiore, può servire di esperienza visto che anche quest'anno giocheremo in Champions".
Anche contro il Liverpool giocasti sotto iniezione?
"Sì, e giocammo anche i supplementari. Purtroppo poi è tornato fuori il dolore, ed ebbi anche un brutto contrasto. Non stavo bene, ma penso che abbiamo comunque fatto una grandissima partita".
La tua razionalità, riconosciuta come pregio, ti viene però rinfacciata perché tu dicesti che non ti sei presentato dal dischetto contro il Liverpool perché non eri al meglio, e volevi lasciare spazio a chi era in condizione migliore.
"C'era di più. Pochi giorni dopo lo Scudetto della Juventus a causa del gol di Turone, vincemmo ai rigori contro il Torino in Coppa Italia. Io tirai il quinto. Liedholm, che era superstizioso, mi disse che contro il Liverpool avrei tirato il quinto, visto che ero anche il numero 5. In quel momento lì, non abbiamo tirato il quinto rigore, perché loro vinsero prima".
Tornassi indietro, lo tireresti?
"No, non è questa la situazione, perché non saremmo arrivati al quinto".
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE