L'analisi di Roma-Lazio 2-0: le cinque mosse (inutili) di Gasperini per il derby
Dalla scelta delle marcature all’inversione degli esterni, passando per le uscite sui terzini. Ma alla fine hanno risolto due corner
(GETTY IMAGES)
Nelle rappresentazioni tifose del giorno dopo è sempre molto facile dare sentenze: “la Roma ha giocato male”, “il derby è stato brutto”, “la Lazio meritava di più”, “in fondo due calci piazzati hanno deciso la partita”, e via andare. Tutto vero, peraltro, e ognuno dalla sua prospettiva vede quel che vuole o, più spesso, quel che può. Una partita è fatta di mille episodi e se tecnicamente alcune di queste non riescono diventa inevitabile che la valutazione estetica sia orientata verso il negativo. Ma poi la storia della gara passa attraverso diverse scelte, non tutte visibili. Gasperini, per esempio, ha provato a cambiare cinque volte la storia di un derby che dal punto di vista del possesso palla romanista (unico indicatore negativo, e di un soffio, rispetto a tutti gli altri) non è stato sicuramente come il tecnico l’aveva immaginato. Il dispositivo difensivo tipico di Sarri, con due linee rispettivamente di 4 e 5 uomini a difesa della metà campo (senza peraltro disdegnare le prime pressioni offensive, coperte anche con l’aiuto dei mediani), ha indubbiamente funzionato, complice anche la poca brillantezza e forse anche un po’ il poco coraggio, come spesso capita nei derby, dei giocatori della Roma in fase di impostazione. La Roma non è quasi mai riuscita a trovare la prima né la seconda ampiezza, mai la terza. In altre partite la prima ampiezza la dava addirittura il braccetto aperto in ricezione, la seconda il centrocampista che si apriva a ricevere, la terza l’esterno o l’attaccante di zona palla. Stavolta il copione non ha funzionato, Sarri ha tenuto larghi i suoi attaccanti proprio per evitare di far nascere lì le azioni romaniste e ha provato a indirizzare ogni manovra verso il centro, dove il contributo dei tre centrocampisti - Basic, Rovella e Taylor - è stato determinante, almeno finché la Roma non è passata in vantaggio.
Il primo piano di Gasperini
Inizialmente Gasperini aveva scelto la strada del trequartista (Cristante, a uomo su Rovella) con due punte, usuale schieramento contro le difese a quattro con un play da marcare. In questi casi gli esterni di centrocampo (Celik e Wesley) vanno alti sui terzini, i due mediani si attaccano ai dirimpettai in mezzo al campo e i tre difensori marcano i tre attaccanti. Gasperini però temeva forse gli uno contro uno di Cancellieri contro Hermoso e di Noslin contro Mancini, almeno quelli a campo aperto, quindi ha provato a volte a far uscire anche le mezze ali El Aynaoui e Pisilli sui due terzini, con movimenti a scalare che prevedevano poi da una parte Hermoso che dirottasse su Basic e Wesley che si abbassasse su Cancellieri, e dall’altra Celik su Noslin e Mancini ad alzarsi su Taylor. Il terzo cambiamento è arrivato invece quando un infortunio muscolare ha messo fuori Ndicka dalla partita, con l’ingresso di Rensch in fascia e lo spostamento di Celik da braccetto di destra.
L’attenzione su Nuno Tavares
All’inizio della ripresa è stato scelto invece El Shaarawy rispetto a Pisilli, per andare a marcare Marusic, con l’obiettivo ovviamente di riattaccarlo più frequentemente possibile. Poi Gasperini ha invertito gli esterni, chiedendo a Wesley di tenere più basso dalla sua parte Nuno Tavares, forse il giocatore più temuto nelle sue sgroppate. Infine, il quinto cambio è stato quando sono stati espulsi Wesley e Rovella, e la scelta a quel punto è stata di mettersi con la difesa a quattro (curiosamente con Hermoso a destra e Mancini a sinistra, ma il motivo non lo abbiamo capito e Gasperini non lo ha chiarito) con El Shaarawy largo a sinistra e Dybala più o meno largo a destra (nel senso che si apriva in possesso palla da quella parte e a volte provava a disturbare la prima impostazione dal lato sinistro, ma con meno efficacia del lato opposto). Ma nel secondo tempo, non c’è stato più neanche particolare bisogno di studiare nuovi piani tattici, perché com’era del resto pronosticabile la Lazio ha abbassato decisamente i suoi ritmi e dopo il gol del due a zero, arrivato neanche a metà della ripresa, il copione non è più cambiato. È stata anzi la Roma a sfiorare ripetutamente il terzo gol con delle azioni che sarebbe stato doloroso commentare nel caso in cui la Lazio avesse poi accorciato le distanze, ma per fortuna questo rischio non si è neanche mai corso e gli errori sottoporta di Soulé, Dovbyk e El Shaarawy sono passati inosservati.
Lo sfruttamento dei corner
C’è poi tutta una poetica che riguarda le modalità con cui si attacca o ci si difende sui calci piazzati che spostano decisamente a favore di Gasperini, rispetto a Sarri, le valutazioni di questa partita sugli allenatori. Gasperini aveva evidentemente studiato le difficoltà della Lazio sui calci d’angolo avversari e ha sfruttato appieno ogni debolezza, trovando il modo di colpire due volte nella stessa maniera con un calcio d’angolo di destro da sinistra (e quindi a rientrare), nello specifico di Pisilli, perfettamente sceso sulla testa di Mancini, e poi con un calcio d’angolo di sinistro da destra (e quindi a uscire), stavolta di Dybala, anch’ esso perfettamente calibrato per la testa del difensore. Due gol molto simili, due disattenzioni difensive della coppia Gila-Cancellieri, due gol per la Roma. Qualcuno ha messo sotto accusa il sistema di marcatura a zona, ma restiamo convinti che attaccare un sistema dopo un gol subito (o due, fa lo stesso) è sempre la cosa più ovvia e banale da fare per un commentatore che guarda la partita dalla TV. Curiosamente poi quando a subire i gol sono difese che si schierano a zona, si alza sempre qualcuno a dire che in area bisogna marcare a uomo, raramente succede il contrario. Eppure è evidente che sia un sistema sia l’altro hanno punti di forza e punti deboli, e che quasi sempre si ricorre alla zona quando si ha un numero di specialisti di testa insufficiente e di non eccelsa qualità. Di sicuro gli avversari si esaltano quando si salta male, con poca coordinazione, poco tempismo, poca convinzione. È lì che deve soffermarsi la critica dell’allenatore, quando è lucida. È lì che vanno apportati i correttivi. Se Gila e Cancellieri avessero letto meglio le traiettorie, la Lazio non avrebbe subito gol e lo schieramento difensivo sarebbe risultato efficace. Anche chi marca a uomo subisce gol a volte molto ingenui, da campionato dilettanti. Basta un blocco fatto bene per far saltare da solo un giocatore nel cuore dell’area. Insomma, la ricetta magica non c’è, anche perché se esistesse la utilizzerebbero tutti. Esistono invece allenatori molto preparati. Onore al merito, quindi, di chi studia certi dettagli e li sfrutta a proprio vantaggio, proprio come ha fatto Gasperini nel derby.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE