Punto e virgola

La giusta distanza tra Luis Enrique e Gasperini

Per lo spagnolo 21 titoli dopo l'addio alla Roma, da queste parti invece una Conference (che resta, per sempre) ma anche troppi progetti stroncati. Eppure oggi si vede un orizzonte

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
01 Giugno 2026 - 06:30

Se l’obiettivo è Luis Enrique, non necessariamente per il fatto che abbia vinto per due volte di seguito la Champions League ma per come si è impiantato sul tetto d’Europa e attraverso quali passaggi, si può pensare che la strada sia ancora lunga. Eppure quell’uomo lì è lo stesso che da una certa parte di questa città e di questo ambiente è stato cacciato tra sorrisini di scherno e pesanti contestazioni tecniche, per quanto oggi suonino risibili. Tre anni dopo la “fuga” da Roma, Luis ha alzato i primi trofei (Champions, campionato e coppa di Spagna guidando il Barcellona) e da allora non ha praticamente mai smesso: in seguito ci ha aggiunto un altro campionato e altre due coppe e una supercoppa nazionali, e una supercoppa europea e un mondiale per club; e poi, in Francia, altre due Champions, tre campionati, due coppe e due supercoppe nazionali, una supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale. Ventuno titoli in undici anni. Mentre noi, tra i brontolii di quelli che ogni anno contestano gli allenatori, nello stesso lasso di tempo abbiamo alzato una coppa della Conference League, che ci ha fatto giustamente festeggiare per giorni e che ci inorgoglisce ad ogni ricorrenza, perché Tirana, sia chiaro, resta per sempre.

Ma ad ogni anno si è (quasi) sempre ripartiti da zero. Con Pallotta e con Friedkin, con i dirigenti e i direttori, con i maghi del marketing (quelli vanno via ogni sei mesi) e i responsabili della comunicazione, con i preparatori atletici e i medici. E i giocatori, ovviamente. Tanti bei progetti, naufragati uno dopo l’altro, con qualche risultato estemporaneo perfino di rilievo (certi secondi posti, certe qualificazioni europee), presto sconfessato da esoneri e ribaltamenti tecnici. E quando pure una strada pareva azzeccata, ecco lo stolto (o la stolta) di turno a rimangiarsela. Dentro a milioni di chiacchiere sui sistemi di gioco o di preparazione fisica, sui campi da rizollare e i muscoli da guarire, sui terzini da comprare e le plusvalenze da maturare. Solo una cosa non è mai mancata: l’appoggio entusiasta del pubblico. Uno slancio fideistico cresciuto addirittura nel tempo. Che prescinde (quasi) da allenatori e dirigenti, da prezzi dei biglietti e slogan di campagne abbonamenti. 

Eppure oggi si vede un orizzonte: mentre in altre piazze si litiga e magari si fanno i conti con i mancati introiti della Champions, qui c’è un allenatore che ha saputo condurre la squadra fino al terzo posto in classifica e oggi sembra avere le idee chiarissime su come potenziare la squadra, non per vivacchiare un’altra stagione centellinando le energie tra una partita di campionato e una di coppa, ma per cominciare a ridurre quella misura con le squadre che dominano la Champions. Perché tra Gasperini e Luis Enrique non c’è poi tanta distanza. Basta averlo capito.

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