Non si sa perché ma col Parma per noi è sempre stata una partita particolare, pure storica: ci abbiamo vinto lo Scudetto del milione di persone al Circo Massimo, ci ha giocato contro l'ultima da calciatore romanista Daniele De Rossi (calciatore, perché romanista De Rossi lo è sempre). Strano per una sfida che è arrivata solo negli Anni 90. Forse per via di quel marchio Barilla (ditta di Parma) impresso sulla maglietta della Roma di quegli anni nostri, quasi un marchio d'anima, più che uno sponsor, al punto che era diventato naturale vederlo lì. Boh. C'è pure un brutto precedente negli 80 proprio in Coppa Italia, non felice come l'ultimo giocato al Tardini in campionato. Ci sono le due zampate del Re Leone col settore che precipita come un grattacielo di corpi sulle ginocchia e nelle tonsille di Gabriel Omar Batistuta.

Parma-Roma di stasera rispetto a tutto questo non è "solo" un ottavo di finale di Coppa Italia, e non solo perché un ottavo di finale di Coppa Italia va giocato come ogni partita che deve giocare la Roma: seriamente, dando tutto. Questa partita dev'essere la riscossa della Roma. Arriva nel peggior momento possibile, dopo due ko che hanno fatto male (forse addirittura peggio quello col Toro) e, soprattutto, dopo il maledettissimo infortunio a Nicolò Zaniolo per cui - come splendidamente ha detto qualcuno - domenica sera ognuno di noi quando è tornato a casa ha sentito dolore al ginocchio. Fa ancora male. Ma è quel dolore che va trasformato, e quel tocco che deve diventare carezza e insieme uno schiaffo al destino.

Questo momento deve poter diventare qualcosa di simile a quello che successe dopo l'infortunio di Totti nel 2006, quando tutta una squadra si unì attorno a quell'episodio e lo trasformò in un successo indimenticabile. Ci dobbiamo arrabbiare col fato, se si tratta solo di fato, dobbiamo dire di no agli eventi che si sono messi storti anche per colpa nostra nelle due partite giocate in questo 2020 e senza darci nessun alibi diventare persino più forti di prima.

In fondo qualcosa di simile è già successo quando la Roma di Fonseca - dopo la Samp - si è ritrovata senza 7 giocatori di media a partita e ha reagito in quella serie di gare che l'hanno definita semplicemente come squadra. Fra i tanti, c'è uno striscione che ha fatto la storia della nostra tifoseria e quindi della Roma: «Una fede... Una volontà... Un traguardo... Vincere malgrado tutto». Facciamolo risuonare, soprattutto la parte finale, come un'eco quel "vincere malgrado tutto".

Vincere malgrado i due ko con le torinesi, l'infortunio di Zaniolo, vincere malgrado soprattutto gli orari e le date senza rispetto verso la gente, verso le partite spostate a piacimento, verso il caro-prezzi per un settore aperto alle 21.15 di una partita giocata in un giorno feriale di gennaio mentre c'è la diretta tv. Vincere malgrado tutto e per mille motivi: uno per ogni tifoso della Roma che stasera - malgrado tutto - partirà e andrà a fare la cosa più bella del mondo: tifare la Roma. Che è già vincere malgrado tutto.