Che cazzo ve ridete? Dico ai dirigenti e ai giocatori che lo farebbero dopo una sconfitta della Roma e lo dico a quelli che dopo ieri so' contenti. Contenti de che? Che Totti è andato via? O contenti che da oggi non si sa come se ne esce da questa specie di anno zero che stiamo vivendo? «È un giorno brutto e molto pesante. Oggi avrei potuto anche morire», parole di Francesco Totti. È stato un giorno molto brutto e molto pesante, e nessun romanista lo avrebbe mai voluto vivere. Nessun romanista si merita quello che sta accadendo. Totti che lascia la Roma azzerando di credibilità quasi tutto e tutti (salva solo Fienga) e la Roma che risponde a Totti in serata dicendo che «la sua percezione delle scelte del club è fantasiosa».

Prima ancora delle "percezioni" - che pure in questa storia sono importanti, perché magari invece delle percezioni le cose gliele spieghi bene se, però, le cose della Roma le sai - e prima anche del concetto di verità e bugia c'è il fatto che a questo punto non si sarebbe mai dovuti arrivare. Mai. È il perché ci si è arrivati che è grave, oltre e al di là di certi contenuti. Poteva bastare un'intervista via sito tre giorni fa in serata di Pallotta? Il solo averlo pensato dà la misura di quanto si sia lontani dalla realtà.

Ci si è arrivati per una serie di sottovalutazioni e di supponenze che anche Totti ha raccontato ieri e che restano più di altre "rivelazioni" il cuore del problema. Quel «non si rendono conto...», quel «è quello che non mi è stato mai chiesto: la romanità», quell'«1% di vero che arriva a Boston». È il sottovalutare la potenza del sentimento, magari metterlo pure alla berlina, il raccontare Totti come di un pupone-piagnone, come di un problema quando fosse pure vero (fosse eh, fosse) Totti i problemi a me me li ha tolti per 25 anni. E se - già sento l'eccezione - con Totti abbiamo vinto poco, oltre a risponderti, "invece co l'altri?" pure fosse vero, Totti c'ha 30 anni e 306 gol di Roma e tu t'adegui.

Si chiama ragion di Stato. E se non vuoi adeguarti perché magari questo è un discorso troppo da romanista ottuso, da teenagers del tifo, da uno che se commuove per la Roma, tu non lo fai sentire escluso, lo coinvolgi, ci parli, eviti di portarlo già solo a pensare a una decisione del genere, al limite se proprio ti dà fastidio fai il paraculo e te lo porti dalla tua parte. Perché la Roma conta anche prima del torto e della ragione. Ma non c'è stata e non c'è percezione di questa cosa, la riprova è il mancato rinnovo di Daniele De Rossi. Andava evitato non solo perché De Rossi è un patrimonio oceanico di romanismo per i romanisti, ma per tutto quello che ne è scaturito dopo: tutta la merda contro la Roma.

Quel mancato rinnovo è anche padre di questo giorno sbagliato. Il mancato rinnovo ha legittimato pure Totti a dire che questa società non vuole i romani, quando in questi anni invece in questo senso si era fatto anche tanto (non solo i rinnovi a Francesco, non solo quelli a De Rossi, ma per me soprattutto il campo e il torneo per Agostino Di Bartolomei, l'hall of fame, il Tre Fontane eccetera eccetera). E se poi c'è veramente qualche dirigente che odia i romani questo dirigente non deve più lavorare con la Roma, in nessuna forma.

La "romanità" sulla carta d'identità non può essere un passacondotto per la "romanità" di sostanza (adoro, amo e mi sento pienamente rappresentato nel mio romanismo da Rodolfo Volk da Fiume, da Giacomo Losi da Soncino, da Aldo Maldera da Milano, da Arcadio Venturi da Vignola) ma nemmeno il contrario, nemmeno un fastidio, nemmeno un ostacolo. Nemmeno un alibi per lotte interne. E non lo sopporto come le risate di chi ieri brindava a quello che è successo. Che cazzo ve ridete? Ve lo ha detto Totti che questo è un giorno brutto e che «la Roma è la Roma, il resto non conta niente». Oggi più di ieri e meno di domani: Forza Roma. È il minimo.