Si è chiusa un'era, nel primo pomeriggio di ieri, quando Francesco Totti ha annunciato il suo addio alla Roma: più che un lungo capitolo, un vero e proprio romanzo che copre all'incirca tre decenni della storia giallorossa. Con un'appendice da dirigente, ma vissuto perlopiù con il Dieci sulle spalle e la fascia di Capitano al braccio. Due anni passati dietro la scrivania, ma - stando alle parole di Francesco stesso - «senza poter incidere davvero», se non quando si è trattato di chiamare Claudio Ranieri per sostituire Di Francesco. Un biennio nel quale la leggenda non è riuscita a incidere come quando era all'interno del campo, e deliziava gli spalti dell'Olimpico, d'Italia e d'Europa con le sue magie.

Dagli esordi al trionfo

Alla Roma lo porta Dino Viola, strappandolo alla Lodigiani, ma è sotto la gestione di Ciarrapico che Francesco - ancora sedicenne - fa il suo esordio in Serie A: il 28 marzo 1993 è il primo capitolo di questa grande epopea, quando Totti prende il posto di Rizzitelli nel finale. Ma è con Mazzone che l'enfant prodige di cui tutta Roma parla comincia a mostrare il suo talento nel calcio che conta: dal primo gol in assoluto contro il Foggia al primo sigillo europeo, una serpentina ai belgi dell'Aalst da leccarsi i baffi. Svezzato da Carletto, nel 1997 Francesco sembra destinato alla Samp per volere di Carlos Bianchi: è provvidenziale un Trofeo "Città di Roma", triangolare in cui il ventenne mostra tutto il suo talento. Alla fine ad andare via - esonerato da Sensi - è l'argentino. Il romanzo di Francesco con la Roma è appena iniziato.
Arrivano il numero 10 e la fascia di capitano, giocate di altissima classe e la convinzione (sempre più fondata) che si abbia a che fare con il più grande calciatore della nostra storia. È quasi inevitabile che sia lui a riportare lo Scudetto a Roma, dopo un'attesa durata diciotto anni: lo fa con Capello in panchina e insieme a Batistuta, Cafu, Montella. Il 17 giugno - un 17 giugno totalmente diverso, agli antipodi rispetto a ieri - 2001 è lui a dare il via alla festa con quella sassata contro il Parma: la corsa sotto la Sud, la maglia sfilata, la dedica ai tifosi. «È vostro, è vostro!», grida indicando gli spalti. È il trionfo, meritatissimo e voluto ad ogni costo. Guai a chiamarlo ancora "Pupone": Francesco è diventato grande, grandissimo, immenso.
Lo conferma negli anni a seguire, affermandosi come uno dei più grandi talenti del calcio europeo: su di lui piombano tutti i top club del continente, Real Madrid su tutti. Florentino Perez è disposto a tutto per portarlo alla Casa Blanca; Totti - per sua stessa ammissione - tentenna, ma alla fine decide di rimanere nella squadra per cui ha sempre tifato. Resta a casa, con la sua gente, anche quando le cose vanno male: «Dicono che il mio limite sia stato il fatto di non aver mai cambiato squadra - dirà in un'intervista - In realtà era il mio sogno fin da bambino».

Sul tetto del mondo

Dopo la tormentata stagione dei quattro allenatori, conclusa con una salvezza sudata, Totti a ventinove anni vive una seconda giovinezza con Luciano Spalletti: le magie di San Siro e Marassi sono il simbolo di un campione totale, reinventato dal tecnico nel ruolo di prima punta. Di mezzo c'è l'infortunio alla caviglia, un pomeriggio di febbraio all'Olimpico con l'Empoli: l'intervento e la lunga e dura riabilitazione, perché in estate ci sono i Mondiali in Germania. Lippi lo vuole a ogni costo, Totti non si dà per vinto e recupera a tempo di record. Non è al massimo della forma, ma risulta determinante nel riportare l'Italia sul tetto del mondo dopo 24 anni.
A trent'anni Francesco si porta a casa la Scarpa d'Oro come miglior marcatore europeo e vince la prima Coppa Italia della sua carriera, terzo trofeo dopo lo Scudetto e la Supercoppa del 2001. Su di lui Spalletti fonda il 4-2-3-1 che per due anni di fila ci porta ai quarti di finale di Champions League: Totti incanta e detta i tempi di uno spartito celestiale, rendendo indimenticabile la notte di Lione e quella di Madrid. A coronamento arrivano un'altra Supercoppa e un'altra Coppa Italia, sempre contro l'Inter: sono gli anni del post-Calciopoli, la Roma contende sempre il titolo all'Inter, ma non riesce mai a portarlo a casa, anche per decisioni arbitrali rivedibili (per usare un eufemismo), o per l'harakiri casalingo contro la Sampdoria del 25 aprile 2010.

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Gli ultimi anni

Inizia l'era della Roma americana e Totti, nonostante viaggi verso le 35 primavere, continua ad essere il fulcro della squadra: ci sono gioie e dolori, come in ogni storia d'amore che si rispetti. Il romanzo personale di Francesco con la Roma si arricchisce di altri capitoli: dal selfie sotto la Curva Sud dopo il 2-2 nel derby alla doppietta nell'arco di tre minuti contro il Torino, dal gol all'Etihad che fa di lui il più anziano marcatore nella storia della Champions League alle dieci vittorie consecutive con Rudi Garcia in panchina. Nel 2016 arriva il rinnovo, l'ultimo da calciatore: la stagione conclusiva della sua carriera è caratterizzata dalle polemiche con Spalletti, tornato nel frattempo nella Capitale. Il tecnico toscano gli riserva qualche spezzone di gara, lui non gradisce e in più di una circostanza esterna tutta la sua delusione. È la stagione in cui la Roma va più vicina allo Scudetto, almeno per quanto concerne gli anni recenti. Il 28 maggio 2017, contro il Genoa, Francesco saluta la sua gente: è un pomeriggio di lacrime e magoni, di puro romanismo, il giusto tributo a una leggenda immensa. È il più sentito addio a un giocatore nella storia del calcio, con quel pallone calciato in Curva Sud su cui il Dieci scrive: «Mi mancherai».

Gli mancherà davvero, e si vedrà nel biennio da dirigente: Totti resta a Trigoria, del resto l'ufficio già c'è da tempo. Francesco partecipa ai sorteggi di Champions a Nyon, è lui - per uno scherzo del destino - a inserire la Roma in un girone di ferro che i giallorossi vincono, prima di una cavalcata che li porta fino alla semifinale. Lavora al fianco di Monchi, partecipa ai workshop negli Emirati Arabi e ci mette la faccia quando c'è da andare davanti alle telecamere. Non si tira indietro.
Ieri, invece, il passo indietro è arrivato: un addio annunciato, per certi versi, e seguito dal comunicato della società. Un addio doloroso, con strascichi a dir poco polemici, che però non potrà mai cancellare lo splendido romanzo scritto da Totti e dalla Roma nell'arco degli ultimi venticinque anni.

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