Chissà cosa avrà pensato, José Mourinho davanti al televisore della sua casa londinese, quartiere Belgravia. Soprattutto cosa avrà pensato nel corso dei primi quarantacinque minuti. Quando i giocatori mandati in campo da Fonseca, tutti, dal primo all'ultimo, sembravano guardare giocare lo Spezia, oh con tutto il rispetto lo Spezia. Che poi, oltretutto, non aveva nulla da chiedere alla partita visto che la splendida e meritata promozione già l'aveva giustamente festeggiata. Al contrario della nostra (comunque) Roma, lenta, impacciata, distratta, sbagliata, inguardabile. C'era un'Europa, seppur minore, da conquistare, ma forse non glielo avevano detto perché in quei primi quarantacinque minuti è stato sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare. I giocatori di Italiano andavano al doppio, arrivavano sempre prima sul pallone, ci hanno preso a pallonate, bastava un triangolo a due tocchi perché più o meno si ritrovassero davanti a Fuzato, una, due, tre, quattro occasioni da gol fino al momento in cui Verde, oh Verde (terzo gol da ex in altrettante partite, roba da non crederci) che ieri sera è sembrato un fenomeno, non ha portato in vantaggio lo Spezia. Abbiamo sperato che quel gol incassato si potesse trasformare in un campanone d'allarme che desse una svegliata a una banda di addormentati. Ma quando mai. La Roma ha continuato a essere una non squadra, incapace di mettere insieme tre passaggi di fila, dieci fantasmi in campo che parevano essersi fermati al derby convinti forse che il più fosse stato fatto. Colpevoli, tutti. Colpevoli di averci fatto mangiare il fegato anche negli ultimi novanta minuti di campionato che, nella seconda parte, è stato un autentico calvario (derby a parte), una marea di sconfitte, una valanga di gol subiti, la sensazione di una squadra che aveva smesso di credere in se stessa (soltanto in Europa è stata squadra, almeno fino al secondo tempo dell'Old Trafford che ha disintegrato un cammino fin lì perfetto).

Quella contro lo Spezia era l'ultima di Paulo Fonseca sulla nostra panchina. Il tecnico portoghese in questi due anni in cui si è fatto apprezzare per stile, eleganza, educazione, ci ha sempre detto che i bilanci si fanno alla fine (la società li ha fatti prima per la verità). Ora, caro Paulo, il bilancio non può che essere ai confini del fallimento. Non si è andati oltre, solo perché, in extremis, si è riusciti a conservare un posto in Europa, nella neonata Conference League. Meno male. E francamente, nei giorni precedenti alla trasferta in Liguria, abbiamo capito poco i non pochi tifosi giallorossi che si auguravano di fallire la qualificazione così, dicevano, ci sarà da preparare e giocare una sola partita a settimana. Posizione che per quanto ci riguarda non condividiamo neppure un po' e che troviamo molto tafazziana. Roba da pazzi. Alla fine, comunque, saremo ancora in Europa, anche se soltanto per una migliore differenza gol nei confronti del Sassuolo. Il settimo posto finale vale solo per la Conference perché per il resto certifica un bilancio molto, ma molto negativo per una Roma che è stata squadra soltanto nella prima metà della stagione. Dallo Spezia allo Spezia. Perché tutto è cambiato in quella notte di coppa Italia contro i liguri che portò alla vergogna dei sei cambi e dell'eliminazione, ma anche al durissimo confronto tra Fonseca e il suo staff da una parte e Dzeko (e alcuni compagni) dall'altra. Quella notte si è rotto qualcosa e lo si è visto in tutte le partite giocate dopo, anche in quelle vinte, derby escluso. La Roma non è stata mai più una squadra. E Fonseca non è stato capace di trovare almeno una parziale medicina in grado di ridare un'anima ai giallorossi. E questo è stato il maggior fallimento del tecnico portoghese, cioè quello di lasciare in eredità una non squadra.

Ora toccherà a José Mourinho rimettere insieme una Roma che, se si dovesse dar retta ai novanta minuti contro lo Spezia, sarebbe da cambiare tutta, dal primo all'ultimo. In realtà non è così perché dei valori questa rosa ce li ha. Valori che in questa stagione sono stati mortificati da una serie incredibile di infortuni che, solo in parte, possono essere un'attenuante perché troppo ripetuti e numerosi. Anche su questo dovrà lavorare lo Special One, consapevole che la sua nuova avventura sulla nostra panchina tutto sarà meno che una passeggiata di salute. L'obiettivo è quello di costruire un futuro diverso dal presente. La società dovrà dargli una mano con un mercato intelligente pur sapendo che non ci saranno decine di milioni da investire. Per Mourinho sarà una sfida totale. Ma lo Special One è o non è l'uomo dalle sfide impossibili?