Quando si valuta come unico parametro il risultato finale di una partita diventa inevitabile che Fonseca finisca nel mirino della critica dopo il pareggio con il CSKA Sofia per gli stessi motivi per cui è stato valutato positivamente il suo lavoro in riferimento alla prima uscita europea con lo Young Boys di Berna. Il paradosso sta semmai nell'estremizzazione di questo concetto. Se Dzeko avesse fatto goal a pochi minuti dalla fine invece di mancare clamorosamente la conclusione come gli è capitato, tutti i commenti, compreso quello del Romanista, sarebbero stati migliori. Il vero problema degli allenatori è che molto spesso il loro lavoro viene giudicato in maniera profondamente differente a seconda che un dettaglio si sia risolto in un modo oppure in un altro. E non da una stagione all'altra, ma spesso da una domenica all'altra. E se ci sono le coppe, anche ogni tre giorni.

Quei numeri diversi

Proviamo ad analizzare i dati delle due partite: contro lo Young Boys la Roma ha tirato verso la porta 6 volte, contro i bulgari 20; a Berna ha tirato 4 calci d'angolo, l'altra sera 11; dieci giorni fa furono 38 le azioni offensive con appena 4 conclusioni, in gara due le azioni sono state 64 con 15 conclusioni; 57 volte contro gli svizzeri la Roma ha portato la palla nella metà campo avversaria, contro i bulgari sono state 82. E per segnare due goal la Roma ha costruito 0,72 goal attesi in base alle statistiche, l'altra sera è rimasta a bocca asciutta avendone costruiti quasi due (1,98). Tutto questo che significa? Che contro il CSKA Sofia la Roma ha costruito tanto, ha concluso tanto, ha raccolto poco. Contro lo Young Boys, invece, la Roma ha costruito poco, ha concluso poco, ma raccolto tanto. Dunque Fonseca poteva giustamente essere criticato per la prima prova europea, ma alla fine si è tenuto di maggior conto il fatto che la Roma avesse vinto. Stavolta invece è andata male. E Fonseca stavolta "ha esagerato col turn over". Qual è dunque il parametro per poter giudicare la prestazione di una squadra e, conseguentemente il lavoro di un allenatore? Il risultato è l'elemento di più facile lettura, ma ogni performance andrebbe analizzata in maniera differente. Come da queste colonne sosteniamo da tempo, il dibattito calcistico in Italia è notevolmente migliorato proprio grazie all'apporto iper offensivo che molti tecnici hanno dato alle proprie squadre. Fonseca è indubbiamente uno di questi, anche se adattandosi al campionato italiano ha dovuto rinunciare all'amato 4231 a favore di una più prudente linea a tre difensori centrali che espone indubbiamente meno la Roma ai pericoli delle transizioni avversarie. Poi a volte ci sono alcuni dettagli nelle interpretazioni delle singole partite, o nell'applicazione di alcuni precetti, che possono lasciare qualche dubbio. Ma che il portoghese stia facendo un buon lavoro è innegabile e lo testimonia il valore di una squadra che quasi nessuno considera da primi quattro posti in Italia pur venendo da una striscia di 31 punti nelle ultime tredici partite giocate in serie A. Nessuno ha saputo fare di meglio.

Ma uno non vale uno

Detto questo, non si può certo ignorare il fatto che non è mai la stessa cosa giocare una partita con i giocatori più forti, quelli che normalmente, o forse conseguentemente, hanno valori di mercato più alti di tanti altri, rispetto a mettere in campo giocatori di livello inferiore, soprattutto se tutti insieme. Se, per fare un esempio, Borja Mayoral potesse sostituire Dzeko garantendo la stessa efficacia sottoporta o nello sviluppo della manovra, non sarebbe solo un giovane di belle speranze con un curriculum già discreto ma avrebbe lo stesso valore che viene riconosciuto in tutta Europa all'attaccante bosniaco. Fonseca sa benissimo, dunque, che delle tre formazioni messe in campo tra Young Boys, Milan e CSKA Sofia quella più vicina ad essere considerata la Roma titolare è quella di San Siro. Schierare giocatori diversi significa assumere dei rischi che è un allenatore deve saper calcolare. Ma tutto questo discorso non va confuso con un altro spauracchio delle serate dei primi turni europei. Parliamo della cosiddetta "sottovalutazione degli avversari". Queste considerazioni vengono fatte nel calcio sempre ex post, quando magari un risultato negativo conforta la teoria secondo cui una squadra ha preso sotto gamba un impegno. Ma c'è qualcuno che può realmente sostenere che l'altra sera Fazio, Cristante o Carles Perez abbiano sottovalutato l'impegno? O che lo abbia fatto Fonseca, che probabilmente è quello che maggiormente avrebbe da guadagnare di fronte a un eventuale successo della Roma in Europa League? Pensarlo significa probabilmente mancare di rispetto alla professionalità che questi giocatori hanno. E di cui l'allenatore portoghese è il primo garante. L'altra sera a un certo punto erano in campo contemporaneamente Fazio, Juan Jesus e Bruno Peres, tre sudamericani il cui tempo a Trigoria pareva scaduto, e che invece l'allenatore portoghese, probabilmente anche in conseguenza di trattative di calciomercato fallite, ha provato a rilanciare. Se si guarda all'obiettivo dell'allenatore (ampliare il quadro dei possibili titolari, garantire minutaggio a chi gioca di meno, recuperare psicologicamente calciatori poco considerati, non appesantire i muscoli sempre degli stessi giocatori) è indubbiamente un merito, questo. Ma viene riconosciuto solo se poi le partite le vinci. Se le perdi, resterai solo l'allenatore che non è stato neanche in grado di valutare quale terribile influenza negativa avrebbero avuto quei giocatori nella sconfitta. Ma ovviamente tutti questi giudizi si fanno dopo. Prima le scelte le fa uno solo…

Il sistema di gioco

C'è poi la questione legata al sistema di gioco che non sempre offre chiari strumenti per capire la filosofia fonsechiana. Se è indubbio che la difesa a tre è stata adottata dall'allenatore per migliorare la squadra soprattutto in fase di transizione, e visto che Fonseca ha spesso dichiarato che la sua squadra è allenata per schierarsi in tutte e due le modalità difensive, sarebbe curioso capire quando il tecnico ritiene che sia necessario cambiare, anche nella singola partita. Contro una non irresistibile formazione schierata con tre mezzepunte e un centravanti, poteva sembrare opportuno lasciare il 2 più uno in difesa, con i terzini pronti a prendere gli esterni e magari un mediano ad occuparsi del trequartista centrale: quindi 4 difensori e poi un mediano o due. Oggi proveremo a chiederlo a Fonseca.