Centouno, ma c'è qualcuno che ha voglia di festeggiare? Nessuno. Neppure lui, Edin Dzeko, arrivato a meno un gol da Vincenzo Montella, sesto nella classifica dei cannonieri giallorossi di tutti i tempi. Con quel destro a rientrare che al tramonto del primo tempo, dopo aver scippato palla a uno svagato Palomino, ha visto il bosniaco partire facendo sentire il fisico verso Gollini battendolo con un tiro non straordinario, ma con Edin che aveva avuto il merito di rubare il tempo al portiere dell'Atalanta, quella frazione di secondo che è stata decisiva per vedere gonfiarsi la rete per un gol che sembrava aver riaperto tutto.

Dzeko, potete scommetterci, avrebbe barattato volentieri la rete segnata all'Atalanta, la quinta da quando è in Italia ai bergamaschi, con un risultato diverso da quello poi maturato nel primo quarto d'ora della ripresa quando una sempre più stupefacente Atalanta ha ribaltato partita, Roma e prospettive Champions.

Del resto se a rispondere presente in una partita da dentro o fuori sono Dzeko, Smalling e pochi altri, difficile poter pensare di tornare da Bergamo con un risultato diverso da quello che poi si è concretizzato, un risultato che a questo punto rende la prospettiva di un ritorno in Champions assai più complicata di quello che si sperava soltanto poche settimane fa.

Anche perché in questa Roma arrivata alla terza sconfitta consecutiva in campionato, settima in totale (più due nelle coppe, fanno nove in trentadue partite ufficiali, poco meno di un ko ogni tre gare, dato non proprio esaltante), quinta in questo 2020 (più una in coppa Italia sul campo della Juventus) che ci ha già rotto abbondantemente le scatole, se il pallone in porta non lo mette il gigante bosniaco, è difficile che ci pensi qualcun altro.

Dzeko là davanti è solo anche se poi in teoria alle sue spalle giostrano punte e trequartisti che una certa confidenza con il gol dovrebbero averla. E invece i numeri dicono l'esatto contrario: Mkhitaryan ne ha segnati quattro, Kluivert ne ha fatti tre, Perotti segna solo su rigore (ieri poi abbiamo capito poco la scelta di sostituire prima l'olandese dell'argentino), Under un paio, Zaniolo ne ha segnati quattro ma lo rivedremo soltanto la prossima stagione, Carles Perez è appena arrivato, Florenzi è emigrato a Valencia, Pastore è più vicino a essere un ex che al ritorno in campo, Lorenzo Pellegrini ne ha realizzato appena uno.

Nessun aiuto in fatto di gol arriva poi dai centrocampisti, Veretout è come Perotti, ha segnato soltanto dagli undici metri, Cristante è finito nel tabellino dei marcatori appena una volta, Diawara neppure quella, per Villar vale quello che abbiamo scritto per Perez. Insomma, se non ci pensa il bosniaco questa Roma che nel duemilaventi non riesce a tornare quella che ci aveva fatto sognare il venti dicembre scorso a Firenze, di gol ne fa pochi.

E se non segni, è piuttosto complicato vincere le partite, soprattutto se poi nella fase difensiva tutto sei meno che perfetto. Negli ultimi duecentosettanta minuti contro Sassuolo, Bologna e Atalanta, i giallorossi hanno incassato nove reti, parecchie di queste oltretutto conseguenza di errori al limite del dilettantesco.

Meno male, si fa per dire, che c'è Edin Dzeko che con quello di ieri sera a Bergamo è arrivato a quattordici gol stagionali, perché agli undici segnati in campionato bisogna aggiungerne tre in Europa League (la coppa Italia in questa stagione l'ha vista da spettatore visto che ha dovuto scontare due giornate di squalifica rimediate nell'edizione precedente nella vergognosa notte di Firenze).

Eppure c'è chi continua a puntare il dito contro questo gigante bosniaco che, in attesa del ritorno di Zaniolo, rimane il giocatore di maggiore qualità di tutta la rosa giallorossa. Un campione, altro che, un centravanti che con il gol ha sempre avuto una grande confidenza. Il problema è che questa confidenza i suoi compagni non sanno proprio cosa significhi.