La nuova Roma di Fonseca lascia senza fiato, purtroppo sia nel bene sia nel male. Così all'Olimpico all'esordio in campionato la partita finisce 3-3 e lascia a tutti la sensazione che se si continuasse a giocare potrebbe finire 4-4 o 5-5 o 6-6 o anche 4-0, se fosse un giorno in cui va tutto bene, o 0-4, se fosse un giorno in cui va tutto male. E il rischio è che tutta la stagione possa andare così, a meno che sul mercato Petrachi non riesca a tirar su dal cilindro un difensore magari meno fragile di quanto non siano apparsi Juan Jesus (dopo l'estate un po' illusoria) e Fazio, o Fonseca ad aggiustare una fase di non possesso che sembra strutturalmente pensata per mandare in difficoltà i due centrali difensivi, gli unici che in certi momenti sembrano delegati all'azione di contrasto. Restano poi negli occhi anche le prodezze, gli assalti sincronizzati, l'aggressione alta e continua, l'occupazione militare dell'area avversaria. Ma sempre con quel retrogusto un po' amaro con cui si guarda il pilota di talento che non arriva mai in piedi sempre per il gusto di non alzare mai il pedale dell'acceleratore.

Le luci e le ombre

Già dalla nuova presentazione delle formazioni si è voluto far piombare il tifoso all'Olimpico (peraltro in cornice discreta, quasi 40.000 spettatori, di cui 21.114 abbonati) nell'atmosfera tutta luci e ombre che si prefigura nella stagione della Roma, come se non bastasse mai fare tre gol per essere vittoriosi, come se non si dovesse mai rinunciare ad inseguire la vittoria anche sotto di un passivo pesante. Vespasiani, lo speaker dell'Olimpico, ha inaugurato la stagione dell'Olimpico rinnovato (con lo spostamento della tribuna stampa in piccionaia per ricavare molti preziosi posti corporate in più) lanciando i nomi dei calciatori in un gioco di flash nel buio piuttosto simile al cerimoniale che usa la Juventus prima delle sue partite. Ma loro spesso alla fine festeggiano e invece la stagione romana si è inaugurata con un pareggio.

E dire che la Roma il Genoa l'ha messo sotto sin dall'inizio, facendosi però sempre riprendere non in virtù delle particolari qualità tecniche dei giocatori di Andreazzoli (per quanto semplici e letali nelle giocate offensive di Pinamonti e Kouamè) quanto per gli irresistibili inviti che la squadra giallorossa in fase di non possesso è capace di elargire a chiunque si trovasse a passare sul campo. E mentre palla al piede si divertono tutti ad attaccare, con quel 2-2-6 che Fonseca ha sperimentato nelle amichevoli di luglio e riproposto senza alcun timore anche col Genoa in serie A, quando poi la palla passa agli altri, dietro si viene inevitabilmente a disegnare quel 2 (genoani) contro 2 (Fazio e Juan Jesus) che prima o poi tu, che hai visto tutte le partite delle ultime stagioni della Roma, sai già che finirà male, ma Fonseca evidentemente non ancora. Così non sono bastate due straordinarie prodezze di Ünder (gran sinistro dopo rientro e dribbling al 6') e Dzeko (gran destro dopo rientro e dribbling al 30') per finire il primo tempo in parità, perché Pinamonti prima (al 16', su assist estemporaneo di Romero che ha sovrastato Jesus) ha trovato il primo pareggio e poi (al 43', su assist stavolta di Kouamè) è stato steso da Jesus che effettivamente, come ha detto poi a Calvarese che non ha voluto sentire ragioni, ha preso la palla nella fase terminale della sua scivolata, ma prima con la gamba ha atterrato l'avversario.

E Criscito dal dischetto non si è fatto intimorire dal tempismo di Pau Lopez, bravo a buttarsi sulla traiettoria: il tiro forte è stato (solo) deviato nel sacco. E neanche la terza prodezza è servita (stavolta di Kolarov, in apertura di secondo tempo: punizione micidiale a sbattere sotto la traversa e poi dentro la linea per pochi centimetri), vanificata dal tuffo nel prato sgombro di avversari di Kouamè, al 25' della ripresa, quando già Mancini aveva rivelato lo stordito Jesus, senza rinunciare a quegli errori nell'interpretazione difensiva (è andato a marcare Pinamonti già coperto da Fazio piuttosto che pensare all'ivoriano alle sue spalle).

La questione tattica

Andreazzoli aveva capito (ha detto alla fine, «studiando solo la partita col Real Madrid») che provando ad allargare i quinti del suo 3412 nell'uno contro uno con i terzini della Roma avrebbe potuto andare in parità (o addirittura in superiorità, con quel Lerager così alto) numerica in zona calda (la trequarti avversaria) con gli unici due difensori schierati da Fonseca. Un po' come fece Inzaghi nel derby dello scorso anno, con la continua riproposizione negli spazi intermedi dei tre centrocampisti centrali, spesso alle spalle dei due (soli) romanisti. Per far questo aveva però bisogno di spazi da conquistare in corsa, ben sapendo che questa Roma che ama attaccare talvolta ne concede. E ha usato con costanza anche una sorta di palla "trasversa" che piace tanto anche al suo maestro Spalletti, col regista che senza neanche guardare riceve la palla dall'esterno e la scaraventa incrociata dietro le spalle della linea difensiva. Però palla al piede la Roma è davvero una bellezza e quegli attacchi continui con due attaccanti centrali (Zaniolo sempre al fianco di Dzeko), due intermedi (gli attaccanti cosiddetti esterni, ieri lo spiritato turco e il meno incisivo Kluivert) e due terzini (Florenzi e Kolarov, poi Zappacosta) finiscono per prenderti l'occhio e anche l'anima.

La curva s'innamora

Tanto belli che la Sud s'è scaldata parecchio, o forse è stata la curva a caricare la squadra. Quel che è certo è che nel primo tempo soprattutto, e nel secondo fino al definitivo 3-3, e poi sperando nel miracolo finale, l'atmosfera dell'Olimpico è stata a tratti davvero coinvolgente. L'inizio soprattutto, col cuore emozionato per il definitivo riconoscimento su Florenzi («Avanti con la tradizione della fascia a un romano, al fianco di Florenzi CAPITANO» ha campeggiato al centro della Sud per diversi minuti), è stato a perdifiato fino al vantaggio e al successivo raddoppio sfiorato ancora da Ünder, un minuto dopo, su tottiana prodezza di Pellegrini a pescarlo col mirino in ripartenza veloce. E poi ancora Dzeko, prima del 2-1 e poi Zaniolo, e poi un destro formidabile di Florenzi direttamente su calcio d'angolo di Kolarov e respinto da Radu. Eppure al Genoa sono bastate due azioni per chiudere il primo tempo in parità.
Nella ripresa, l'immediato vantaggio non ha tranquillizzato nessuno, neanche Jesus che ha continuato a mostrare altre insicurezze fino all'inevitabile cambio con Mancini (21'). Che però, alla prima occasione, non ha saputo far meglio, ignorando nella difesa della profondità in due contro due su palla laterale (di Ghiglione) il suo uomo più vicino (se marco non copro, se copro non marco: il gran difensore è quello che trova la miscela giusta in ogni occasione) battezzando sul primo palo un traversone che invece è destinato al secondo: dove Kouamè va incontro al suo destino, negando la prima vittoria a Fonseca. Nel finale ci sarà posto per un po' di nervosismo (col battibecco Kolarov-Pellegrini dopo una punizione "rubata" dal serbo) e poi anche per il redivivo Pastore (per lo spento Kluivert, con Zaniolo spostato a sinistra) e per Zappacosta (a rilevare Florenzi): e al penultimo dei quattro minuti di recupero concessi si è trovato in area la palla giusta per la vittoria tipo Napoli a Firenze. Ma lui non è Insigne e la palla è stata svirgolata, come le ambizioni di vittoria dei romanisti.