Incredulità, shock, dolore. In venti minuti (e un giorno) l'amarezza ha declinato ogni sua forma nell'animo dei romanisti, fino a poco prima in preda a una sorta di mix estatico, a metà strada fra gioia e orgoglio. Perché mettere all'angolo la Juventus per un'ora e dieci nonostante un rigore negato dopo il primo vantaggio, rifilarle tre gol ed essere in pieno controllo della gara, quella miscela produce. Solo che le partite durano 90 minuti e non 70. E buttare un'evidente superiorità è paradossalmente più colpevole che non averla creata. Un'ora sola (e dieci) non ti vorrei. Non basta. Non può bastare mai. Meno che mai contro una squadra che fa della mancata resa il suo almeno decennale marchio di fabbrica. Da queste parti invece la fragilità mentale è diventata un mantra, quasi ineluttabile: anche quando il carattere sembra (ri)conquistato, torna a sparigliare tutto, inattesa quanto dolorosa, come un colpo di cannone in tempi di pace. Trasposizione fisica del mito incapacitante mainagioista. Alzi la mano chi non ha visto i fantasmi al momento del 3-2. José Mourinho, che nella Capitale è arrivato appena sei mesi fa (è bene ricordarlo anche a chi non vede l'ora di intonare per lui il de profundis) ha sviscerato il nocciolo della questione già nell'analisi post-gara. «Per una squadra con una personalità forte, il 3-2 non sarebbe stato un problema. In quel momento, invece, è venuta fuori la paura, certi nostri complessi».
La mentalità però non è merce che si compra al mercato. Nemmeno in quello dei calciatori a volte. Non in un paio di sessioni, perlomeno. Si costruisce per gradi, aggiungendo un tassello dietro l'altro, in un processo lungo e raramente privo di lacrime e sangue. In qualsiasi club. A maggior ragione se si tratta di uno poco avvezzo ai trionfi assoluti e nel caso specifico reduce da tre annate in cui ha galleggiato sempre sotto la soglia della qualificazione in Champions. Con tutto quello che può conseguirne anche in termini finanziari e di appeal per giocatori già affermati. Che la stagione in corso si prospettasse complicata, è stato evidente fin dagli albori, quando proprio Mourinho nel giorno della sua presentazione ufficiale ha parlato di progetto triennale. Chiarezza espositiva apprezzata dai tifosi, che ai facili proclami preferiscono sempre la sincerità, per quanto poco ammiccante. Le presenze allo stadio che hanno garantito il sold out nonostante le restrizioni con ogni avversario e il sostegno incessante dopo qualsiasi risultato, sono le testimonianze più lampanti del versante occupato dal pubblico romanista. Parte dei media ha invece scelto in tempi non sospetti di scaldare la graticola su cui ora banchetta. Proponendo surreali confronti con allenatori attualmente disoccupati o mai vincenti, a Roma come ad altre latitudini. Continuando ad aspettare - quando non a incensare - chi nonostante tutto si trova ancora alle spalle della Roma, pur con l'eredità di classifiche migliori e gruppi più assestati. E dimenticando (o facendo finta di farlo) i 29 punti di distacco dalla vetta e i 16 dal 4° posto accumulati nell'ultimo campionato da una squadra che nel frattempo ha perso il terzo bomber della sua storia e il giocatore più decisivo, perfino per la Nazionale campione d'Europa.
Certo, anche la classifica attuale è tutt'altro che bella e l'uno-due incassato nei primi turni del 2022 fa male e rischia di lasciare cicatrici profonde. Ma la voglia di riscatto è risultata evidente fin dall'immediato post-gara nelle parole di Pellegrini, che dopo essere passato da paradiso a inferno più dei suoi compagni (magia su punizione, rigore fallito e anche un colpo al volto che lo ha costretto al cambio) ci ha messo la faccia. Da Capitano. «C'è da lavorare su tutto, dobbiamo fare questo lavoro con il mister, ma siamo stufi di dire che siamo una squadra in costruzione. I miglioramenti devono arrivare il prima possibile». A Lorenzo hanno fatto eco i due attaccanti, sui social. «Sono molto triste per il risultato - le parole di Felix - non era quello che ci aspettavamo, ma torneremo più forti di così». Perentorio Abraham: «Dobbiamo continuare a lottare». E perfino l'ultimo arrivato Maitland-Niles si è espresso sulla falsariga dei compagni: «Mi dispiace per i tifosi. Ci riprenderemo e dimostreremo che questo club è fantastico». E se è vero che le parole in questo momento non possono lenire la delusione, forse quelle della proprietà servirebbero a vidimare il programma triennale. Con la forza ulteriore derivante dall'inedito di chi ha optato dal primo momento per il basso profilo comunicativo.
Il gancio per rimettersi in piedi dopo una simile batosta non può che arrivare dal pieno appoggio a Mourinho. Anche se oggi può risultare impopolare affermarlo, per storia professionale, carisma e vocazione, non esiste miglior garante per imprimere il cambio di mentalità. Passaggio fondamentale verso la grandezza anelata.