"E non c'è tempo per cambiare, tempo per scoprire cosa abbiamo sbagliato", cantava nel 1979 Antonello Venditti in Modena. Non ha più tempo per piangere sul latte versato nemmeno il Modena Football Club che, dopo 105 anni di storia - 28 dei quali nel massimo campionato - è stato escluso dal campionato di Lega Pro a seguito della quarta rinuncia a disputare partite. Mesi travagliati, quelli del club emiliano, culminati con il funerale celebrato dai tifosi e con l'aggressione ad Antonio Caliendo: ora il Giudice Sportivo ha di fatto posato la pietra tombale sulla storia dei gialloblù.

Storia che si lega indissolubilmente ai colori giallorossi, soprattutto nel corso della prima metà del ventesimo secolo. A partire dagli albori della nostra storia, quando una neonata Roma conquista il suo primo trofeo: si tratta della Coppa CONI, antesignana della moderna Coppa Italia, che all'epoca gode di grandissima considerazione. È il 29 luglio 1928, la fusione tra Alba, Fortitudo e Roman è avvenuta da poco più di un anno, e allo Stadio Comunale di Firenze si gioca lo spareggio – il terzo – tra Roma e Modena. Le altre due finali, giocate il 22 e il 26 luglio, erano terminate con altrettanti pareggi (0-0 e 2-2), perciò si rende necessario disputare "la bella". Prima della partita, sia gli emiliani che il Direttorio Federale propongono alla Roma l'aggiudicazione ex aequo della Coppa: la proposta fu cordialmente rifiutata dalla società giallorossa. Entrambe le squadre arrivano alla terza partita con le gambe appesantite dall'intera stagione appena disputata – la prima in assoluto per la Roma – e anche stavolta i tempi regolamentari si concludono in parità: 1-1 firmato Corbjons su rigore e Mazzoni. Al 110' è uno che sprizza romanità già dal nome, Cesare Augusto Fasanelli, a dare il la al gol della vittoria, servendo a Bussich il pallone che vale la Storia. Per la consegna del trofeo bisognerà poi attendere sette mesi, esattamente il 29 febbraio, durante Roma-Triestina, quando il primo capitano della Roma, Attilio Ferraris IV, solleverà al cielo il primo trofeo dell'ancora breve vita giallorossa.

La Roma dei romani

"Figli di Roma, capitani e bandiere", recitava la coreografia della Sud in occasione del derby dell'11 gennaio 2015: dei sedici uomini ricordati quel giorno, ce ne sono tre in campo a Testaccio il 29 maggio 1930, quando la Roma affronta il Modena in un altro match entrato negli annali. Si tratta del già citato Ferraris IV, di Fulvio Bernardini ("che dà scòla all'argentini") e dello "Sciabbolone" Rodolfo Volk. Quanta Roma, in questa Roma che gioca a Campo Testaccio, guidata da dieci romani su undici: l'unico a non essere nato o quanto meno cresciuto nella capitale è l'ala Oreste Benatti, originario – guarda tu il caso... – proprio della provincia di Modena.

In un minuto, tra il 16' e il 17', Fernando Eusebio, nato a Rimini ma romano d'adozione, segna due gol e indirizza la partita. Non ha ancora compiuto diciannove anni ed è uno dei tre giovanissimi che Herbert Burgess, il tecnico inglese che ha preso il posto del connazionale William Garbutt, ha mandato in campo un po' per scelta, un po' per necessità. L'altro è Armando Preti, classe 1911, che appone il suo sigillo subito dopo, al 20', chiudendo di fatto una gara senza storia. Il Modena però si rifà sotto e, con un gol allo scadere del primo tempo ed uno a metà ripresa, riapre i giochi. A chiuderli una volta per tutte, con il 4-2 definitivo, pensa Fasanelli alla mezz'ora del secondo tempo. Resta invece a secco Volk, che solo pochi mesi prima, il 3 novembre 1929, segna il primo gol ufficiale a Campo Testaccio e un mese dopo, l'8 dicembre, decide il primo derby: un unicum, la sua assenza nel tabellino dei marcatori, se si considera che "Vòrche" in maglia giallorossa segnerà 106 gol in 161 partite (non a caso la frase più famosa che gli viene attribuita è un laconico quanto esaustivo: "Quando entro in area non ho tempo per pensare, io tiro").

Il primo Scudetto

"Viva la Roma campione d'Italia": è lo stendardo che i cugini Lalli, Francesco e Gioacchino, espongono sugli spalti il 14 giugno 1942. Sono entrambi sordomuti e, non sapendo come esprimere la gioia per ciò che sta per accadere quel giorno di fine primavera, hanno deciso di preparare il primo striscione dedicato alla Roma. Che sta appunto per laurearsi Campione d'Italia per la prima volta nella sua storia: sono passati quindici anni esatti dalla sua fondazione, e all'ultima giornata i giallorossi allenati da Alfred Schaffer affrontano il Modena. Ovviamente, verrebbe quasi da dire. A guidare gli undici eroi romanisti è Capitan Guido Masetti, in campo nonostante una settimana prima a Livorno abbia rimediato un infortunio al braccio che mette in dubbio fino alla vigilia la sua presenza contro i gialloblù. Stavolta è lui, insieme al "Fornaretto" Amedeo Amadei, a rappresentare i "figli di Roma, capitani e bandiere". Di fronte allo striscione dei cugini Lalli, non possiamo mancare l'appuntamento con la gloria. Dopo che Masetti ha sventato con un volo d'angelo il tentativo di testa di Robotti (fortuna che non era al meglio...), la sblocca Cappellini al 21' sugli sviluppi di un calcio di punizione dalla sinistra di Jacobini. Dopo nemmeno un quarto d'ora è Borsetti a chiudere i giochi con una percussione solitaria impreziosita da un perfetto uno-due con Amadei. La ripresa è poco più di una formalità, durante la quale Masetti ha comunque occasione di dimostrare il completo recupero dal colpo al braccio rimediato sette giorni prima. Al triplice fischio di Ciamberlini, la festa sugli spalti è quella di chi ha atteso con tutta l'anima una gioia simile, mentre al centro del campo la squadra posa con il labaro sociale per le foto di rito, con tanto di cappello piumato dei bersaglieri per Amadei, Coscia, Borsetti, Pantò, Jacobini e Andreoli. Il giorno dopo, quello stendardo dei Lalli finirà sulla prima pagina del Littoriale e ancora oggi, a distanza di settacinque anni, simboleggia più di qualsiasi altra cosa quell'indimenticabile 14 giugno.

Sei anni dopo, con la Grande Guerra ormai alle spalle, un signore di nome Vittorio De Sica gira un film destinato a rivoluzionare per sempre la storia del cinema non solo italiano, ma mondiale: si intitola "Ladri di biciclette" ed è l'opera-simbolo dell'intero movimento del neorealismo. È la storia di Antonio Ricci, attacchino a cui viene rubata la bicicletta che usa per andare a lavorare, e della sua odissea per le strade di Roma nel tentativo di ritrovarla insieme al figlio Bruno. La loro struggente ricerca si svolge durante un Roma-Modena, tanto che ad un certo punto i due incrociano il pullman di tifosi emiliani che si stanno recando al Flamino (allora denominato Stadio Nazionale) per assistere alla partita. E quando il piccolo Bruno chiede al padre «com'è il Modena?», Antonio risponderà con una smorfia che suggerisce «niente di che».

Le sfide recenti

Quello scambio fu in qualche maniera profetico, perché da quel momento in poi la squadra emiliana inizia a il suo andirivieni tra campionato cadetto e Serie C. Nella stagione 2000/01 (l'ennesima dimostrazione di come il loro destino sia spesso, in un modo o nell'altro, legato al nostro) vincono il campionato di C1 e l'anno dopo si piazzano secondi in B: dopo un digiuno lungo trentanove anni, il Modena torna a calcare i campi del massimo campionato. Nelle prime due giornate, la squadra allenata da De Biasi fa sei punti, vincendo anche in rimonta all'Olimpico contro la Roma. Al ritorno, solo un gol di Dellas allo scadere ci salverà da una seconda sconfitta.

L'anno dopo, però, la musica cambia: la squadra di Fabio Capello è impegnata in un testa a testa con il Milan per il tricolore, mentre i gialloblù allenati da Malesani, dopo un'altra partenza a razzo, iniziano ad imbarcare acqua. Il 14 dicembre 2003 a Roma decide un calcio di rigore di Francesco Totti in avvio di gara. Nel match di ritorno che va di scena allo Stadio Braglia, è ancora il numero dieci a fare la differenza. Al 55' la Roma guadagna un calcio di punizione sulla trequarti modenese: l'esterno-collo destro del capitano disegna un tracciante potentissimo che non lascia scampo al portiere avversario e si insacca all'incrocio dei pali. Un altro figlio di Roma, capitano e bandiera: come Attilio Ferraris IV, che sollevò il primo trofeo della nostra storia, come quei dieci romani che scesero in campo a Testaccio, come Fasanelli, Masetti e Amadei. Il mio vanto che non potrai mai avere.