Interviste

AUDIO - Roberto Losi: «Per papà la Roma era orgoglio»

Il figlio di 'Core de Roma' a "S.R.Q.R": «È stato un amore durato tutta la vita. Non avrebbe mai potuto giocare altrove»

(Il Romanista)

PUBBLICATO DA Alessandro Cristofori
22 Febbraio 2026 - 07:30

È probabilmente il maggior esponente dei calciatori non romani ma che sono diventati romanisti. Lui forse è andato anche oltre perché Giacomo Losi è diventato “Er core de Roma”. Il terzo calciatore per numero di presenze dopo Totti e De Rossi nella storia del club. Giacomo ci ha lasciato nel 2024 ma in un podcast dal titolo “S.R.Q.R. – Sono Romanisti e Quasi Romani”, non poteva mancare un omaggio a lui. E così, nella puntata disponibile sull’app di Radio Romanista e su tutte le piattaforme streaming dell’emittente, il figlio Roberto, ha ricordato le gesta di papà Giacomo, nato a Soncino in provincia di Cremona ma che romanista ha scelto di esserlo per tutta la vita.

L’idea di questo podcast è nata pensando proprio alla storia di tuo padre. Nato in Lombardia ma che diventa uno dei simboli della Roma e che in questa città sceglie di vivere anche una volta che ha smesso di giocare.

«Papà era legatissimo alla Roma e ai suoi tifosi, il suo era un sentimento fortissimo che lo ha accompagnato per tutta la vita. Io mi sento sempre a disagio con le interviste ma è per me un piacere provare a raccontarlo».

Come in ogni puntata di “S.R.Q.R”, all’intervistato vengono fatti ascoltare degli audio che ripercorrono la sua carriera romanista. Il primo è sull’8/1/1961 - Roma-Sampdoria 3-2: il gol segnato da infortunato.

«Da qui nasce la leggenda del suo soprannome, “Er core de Roma”, anche se questo appellativo gli fu dato da Walter Chiari nel programma televisivo “L’oggetto misterioso”, fu proprio con quel nomignolo che Chiari decise di presentarlo sul palcoscenico. Questo gol alla Samp è un momento molto importante a cui papà era legatissimo e che non perdeva occasione di ricordare. È rimasto ben impresso nella mente dei tifosi anche perché lui in carriera oltre a questo ha segnato solo un altro gol, contro il Foggia».

Cosa ti raccontava precisamente di questo episodio?

«La squadra era rimasta in dieci uomini e a quell’epoca non erano previste le sostituzioni. Anche lui però si procurò un infortunio, uno strappo all’inguine per l’esattezza. Poteva scegliere quindi se uscire dal campo, aumentando ancora di più la disparità numerica con gli avversari, oppure fare quello che si usava al tempo quando un giocatore acciaccato decideva di continuare a giocare: posizionarsi all’ala, evitando di stare nel cuore del gioco. Ci fu questa punizione calciata da Manfredini dove mio padre non riuscì a staccare di testa per via della gamba infortunata. Sul calcio d’angolo successivo fece quindi segno a “Piedone” di rimetterla come prima, la differenza fu che stavolta si posizionò con una postura differente riuscendo quindi a saltare e a metter dentro la palla del 3-2».

La prima volta da capitano.

«Ecco, questa non la ricordavo (nell’audio che Roberto ascolta, Giacomo Losi racconta che la prima volta da capitano fu in una trasferta a Bari e la fascia gli fu affidata dal presidente Augusto D’Arcangeli che gli disse tu sei il vero capitano di questa squadra ndr), ma è bello sentire questo retroscena. Non mi stupisce che il presidente dell’epoca abbia preso questa decisione perché aveva un carattere, una tempra, che era impossibile non notare. Quindi, anche se fino a quel momento la fascia era di solito indossata da un romano, non era così sbagliato affidarla ad un calciatore che anche se non era cresciuto qui, possedeva quei requisiti indispensabili per assumersi una responsabilità così importante. Lui aveva quella che oggi viene identificata come mentalità vincente: era competitivo e a perdere non ci stava mai, neanche se giocava con i pulcini. Questa voglia di vincere, di arrivare al risultato la trasmetteva anche ai compagni, era un capitano vero».

11/10/1961 – Roma-Birmingham 2-0: vittoria della Coppa delle Fiere

«Beh, per fortuna, da qualche anno, papà non è più l’unico capitano romanista ad aver alzato al cielo un trofeo internazionale. Se mi chiedi quali aneddoti amava raccontarmi di più, questo è sicuramente al primo posto. Aver vinto questa coppa era una cosa che lo faceva sentire bene ogni giorno, appena poteva ne parlava con chiunque, anche un modo per far sì che non si perdesse il ricordo. Era gelosissimo della Coppa delle Fiere. Nel senso che anche quando fecero il giro di campo la teneva ben stretta tra le mani senza darla a nessun altro. Fosse stato per lui se la sarebbe portata anche a casa».

L’addio alla Roma

«Questo è il momento più brutto che ha vissuto nella sua storia con la Roma e mi dispiace moltissimo che sia andata così, perché avrebbe meritato un altro tipo di riconoscimento. La società nella quale sei stato per così tanto tempo e alla quale ti sei legato per sempre, che ti manda a casa il cartellino per dirti che puoi cercarti un’altra squadra è veramente una cosa brutta. Nessun dirigente che lo abbia chiamato, che gli abbia parlato di persona, era un ricordo che lo faceva soffrire molto».

Ti sei dato una spiegazione?  È per via del rapporto non idilliaco con Helenio Herrera?

«Assolutamente sì. La cosa curiosa è che Herrera lo aveva cercato per portarlo all’Inter. Credo che la stima nei confronti del giocatore ci fosse anche quando lo ritrovò alla Roma ma il problema era che mio padre aveva una grande personalità e non si faceva problemi a discutere anche con un grande allenatore».

Ad esempio su alcune questioni tattiche. Ci sono delle interviste dove Giacomo raccontava di aver fatto notare al “Mago” che la squadra fosse troppo sbilanciata.

«Sì, rientra nella grande personalità di un uomo che se vedeva una cosa che non lo convinceva, alzava la mano e la diceva. Lui, tra l’altro, sentiva di avere un’immensa responsabilità da capitano della Roma e quindi se riteneva che fosse corretto esporsi per risolvere un problema, lo faceva».

Herrera però non la prese benissimo. Addirittura, in un’occasione disse ai giornalisti che Losi non giocava perché infortunato e quando Giacomo lo lesse sul giornale, andò a chiedere spiegazioni visto che lui non aveva nessun problema fisico.

«Esatto, Herrera in quell’occasione raccontò una balla enorme. Papà andò dal tecnico a dirgli che in qualità di allenatore aveva tutto il diritto di tenerlo fuori ma non poteva dire che fosse infortunato se non era vero. Evidentemente Herrera non ebbe il coraggio di affrontarlo e di spiegare le sue ragioni, scegliendo invece di evitarlo. Questa è una cosa che lo fece molto arrabbiare e credo sia comprensibile».

È incredibile che nonostante avesse ricevuto delle offerte per continuare altrove, decise di ritirarsi pur di non indossare una maglia diversa da quella della Roma. Tra l’altro credo che nessuno gli avrebbe potuto obiettare nulla visto il trattamento ricevuto.

«La maglietta della Roma ce l’aveva tatuata, era la sua pelle. Per cui prese questa decisione anche se fisicamente stava benissimo. Era anche un grande atleta e nel calcio di oggi avrebbe potuto giocare anche fino a quarant’anni.  La cosa più importante era però la Roma e a giocare in un’altra squadra proprio non ce l’avrebbe poteva fare».

Il rapporto con Roma e i romanisti.

«L’affetto e la passione che ci sono a Roma non li trovi da nessun’altra parte. Ma perché molti calciatori fanno fatica a lasciare questa piazza? Tra l’altro papà è ovviamente una bandiera romanista ma ha allenato tanti anni in giro per l’Italia e anche io ho visto altri posti, conosciuto altre tifoserie ma qui c’è qualcosa di unico e lui ci si si era identificato anche se non è mai riuscito ad imparare il dialetto romano (ride ndr). La cadenza lombarda non l’ha mai persa, un soncinese doc. Ricordo di aver ascoltato alcune telefonate con i miei nonni con i quali parlava in dialetto soncinese appunto e non capivo nulla».

Uno dei momenti più belli che hai condiviso con lui?

«Ce ne sono stati ma per esempio era bello vederlo felice quando andavamo insieme allo stadio e impiegavamo almeno mezzora per salire i gradini della tribuna perché anche se aveva ottant’anni, veniva salutato come se fosse un calciatore in attività. Questo affetto lo inorgogliva ed emozionava ogni volta».

Inoltre erano riconoscimenti che arrivavano anche da ragazzi giovanissimi che non lo avevano mai visto giocare.

«Voglio raccontare questa cosa: quando papà è venuto a mancare, ho ricevuto sui social non solo dei messaggi ma vere e proprie lettere di ragazzi tra i venti e i venticinque anni che mi hanno commosso. Sono tutti giovani che hanno un legame con un calciatore vissuto solo attraverso i racconti del padre, dello zio o del nonno. Sono stato tre giorni a leggere e davvero voglio ancora ringraziarli».

L’ultima domanda che facciamo ad ogni ospite del podcast è “Che cos’è per te la Roma?”. Per fortuna qualcuno lo ha chiesto in passato a Giacomo Losi che ha risposto “La Roma è l’amante, è la donna della tua vita”.

«Ricordo molto bene questa sua dichiarazione e quando poi ci vedemmo a casa,  gli dissi che aveva detto la verità. Perché dopo mia madre c’era la Roma. Quindi sì, la Roma era l’amante».

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