AS Roma

Amedeo Amadei, la genesi del grande Fornaretto

In «Da Amadei a Zlatan. I grandi centravanti della Serie A» Alberto Fiori racconta proprio il romanista

PUBBLICATO DA Alberto Fiori
22 Febbraio 2026 - 07:00

Ogni calciatore raccontato nella raccolta di racconti “Da Amadei a Zlatan. I grandi centravanti della Serie A” (Giulio Perrone Editore) è osservato attraverso la lente della letteratura: gli autori reinventano le biografie sportive intrecciandole con il vissuto esistenziale, esaltandone sfumature inedite. In «Andata e ritorno» lo scrittore Alberto Fiori ci guida nell’incredibile viaggio di un giovanissimo Amedeo Amadei. Una bicicletta e nel cuore un sogno: diventare il centravanti della Roma. Pedalando senza sosta da Frascati alla Capitale, il “Fornaretto” sfida la fatica e la polvere. Chi era davvero quel ragazzo capace di scartare chiunque? Cosa si dissero i due amici lungo la strada? Una storia di cuoio e pedali che ricorda ai giovani di oggi il valore del coraggio e la necessità di lottare, oltre ogni limite, per i propri desideri.

La partita sarebbe stata combattuta come sempre: in quell’oratorio si scontravano ogni pomeriggio squadre diverse, composte però dagli stessi giocatori, che ogni giorno si mischiavano in una conta che sarebbe andata a formare le due nuove compagini. «Ma così non vale, dateci almeno Alessietto e Marco, sennò so’ squilibrate, voi c’avete già Amedeo». Ormai era assodato che la squadra che lo avesse avuto nelle proprie fila avrebbe vinto tanto a poco quegli scontri capaci di decretare, almeno fino all’indomani, chi fossero i campioni incontrastati di tutta Frascati. «A rega’, pure se facciamo tutti contro Amedeo perdemo de sicuro, quello parte dalla porta, ce scarta tutti come birilli e ce segna a ripetizione». 
Chi lo avrebbe mai detto che dal sor Roberto e dalla Signora Marietta potesse venir fuori un talento simile, capace di toccare il pallone come nessuno fino a quel momento. Vederlo correre con la palla al piede era davvero un piacere, quel ragazzino di quattordici anni appena sapeva prendersi gioco anche di chi fosse molto più grande di lui. Quante volte qualche paesano aveva consigliato al sor Roberto di portare il figlio a farlo visionare da qualcuno, ma la risposta era sempre la stessa: 
«Aho, qua nun ce sta tempo pe’ sogna’, ce sta un forno da manda’ avanti». 

C’era poco da fare dinanzi a risposte così categoriche che non lasciavano adito a un qualsiasi ripensamento, tant’è vero che raramente il padre assisteva alle gesta calcistiche del figlio, per la paura di doversi poi convincere che forse un po’ di spazio per i sogni sarebbe stato giusto riservarlo. Intanto la partita era cominciata da nemmeno un quarto d’ora e Amedeo aveva già rifilato sei reti nella porta avversaria, quando il padre lo venne a richiamare: «Amede’, dovevi anna’ a fa’ la consegna dalla sora Clotilde, mannaggia er bighellone che sei. Poi a casa famo li conti!»

La preoccupazione di Amedeo non era tanto per la dimenticanza lavorativa o per le promesse del padre, ma stava tutta nel dover lasciare la sua squadra da sola per almeno venti minuti: «Vedete di non favve raggiunge’, il tempo de fa’ ‘sta consegna e torno». Se non avesse avuto la passione per il calcio, il ciclismo l’avrebbe sicuramente attirato; montato in sella alla sua bicicletta, lo vedevi sfrecciare per le vie di Frascati nemmeno fosse Binda o Girandengo. 

Come diceva sempre la signora Marietta al marito: «Amedeo è friccicarello, è inutile che te ce arrabbi». Il sor Roberto avrebbe fatto chissà quali sacrifici per i propri figli e il suo intento non era certo quello di vederli sporchi di farina ad alzarsi alle due ogni mattina. Il suo sogno era quello di tutti i genitori che inseguono la stabilità familiare: un’istruzione che gli avrebbe permesso di guadagnarsi un posto fisso, magari come ministeriale, formare una bella famiglia e vivere in una bella casa. 

«A Mariè, Amedeo qua c’ha un negozio che gli permetterebbe di sfornare non solo filoni, ma anche un bel po’ di soldi, de guadambiare bene, ma la vita qua dentro nun è rosa e fiori, è farina, lievito e ore e ore a impasta’. Io vorrei qualcosa di più pe’ lui, magari de vedello laureato, vestito come un signore». Quante volte il sor Roberto aveva ripetuto come un mantra questa frase alla propria moglie, come se a ribadirne così ossessivamente ogni dettaglio, questa potesse insediarsi nelle menti di chi la subiva. Come ogni figlio adolescente che si rispetti, Amedeo era però alimentato dallo spirito della contraddizione e le imposizioni del padre non sortivano di certo in lui il benché minimo ripensamento. Seduto sul muretto, con le gambe penzoloni, si guardava i piedi ciondolare nel vuoto e nei suoi occhi traspariva l’ammirazione di chi stava fissando la propria fortuna. Dato che però il destino raramente ti viene a bussare alla porta, soprattutto se abiti in un paesino sperduto dei Castelli Romani, Amedeo sentiva che la sua occasione andava cercata e costruita, un po’ come farebbe un attaccante nel farsi trovare libero da marcature. 

In quel campetto parrocchiale lui era il re incontrastato, ma sapeva di volere ben altro nella vita: uno stadio intero che acclamasse il suo nome. Aveva profonda stima del padre, del lavoro, ma sentiva che in lui ardeva qualcosa di cui nemmeno si capacitava. Sapeva solo che si manifestava in tutta la sua maestosità solo nel momento in cui il cuoio gli rimaneva incollato al piede. In quel preciso istante era felice e tutto gli si sembrava più facile; più si allenava e più diventava forte. Sentiva però il bisogno di qualcuno che gli facesse fare quel salto di qualità, era conscio che il suo essere autodidatta si sarebbe presto scontrato con la realtà di qualcuno che lo avrebbe fermato. In paese però, chiacchere a parte, nessuno era in grado d’insegnargli questo; rimaneva incantato a guardare i filmati dei suoi beniamini, in quelle rare occasioni in cui era possibile ammirarli in qualche cinegiornale e si rendeva conto che c’era ancora molto da imparare. 

«Amede’, visto che sei tornato da scuola, prima de’ mettete a magnà, me porteresti ‘sti tre filoni al bar in piazza, che er Sor Anacleto m’ha detto che ce stanno un po’ de’ turisti?» Entrato nel bar per consegnare il pane, Amedeo, facendosi largo tra la folla, si accorse che su un tavolino c’era poggiato un giornale su cui era riportato in bella mostra un articolo che ci mise poco a catturare la sua attenzione. 
«Amede’, portatelo pure via che oramai l’hanno letto tutti e me raccomanno, ringrazia tu’ padre».

«So’ io che la devo ringrazia’ Sor Anacle’, lei nemmeno immagina er regalo che mi sta facendo».

Amedeo rilesse quell’articolo decine e decine di volte, come a non volersi perdere nemmeno una riga. Nella sua testa aveva già architettato il piano. Era l’occasione che aspettava da tutta una vita.

«Se tu’ padre se ne accorge so’ dolori». 

A nulla valse il consiglio dell’amico, che da un lato cercava di farlo ragionare, mentre dall’altro avrebbe voluto appoggiarlo. 
«Hai letto qua? Quando mi ricapita più un’occasione del genere? Io voglio essere il Guaita di Frascati. Questa è la mia occasione. Devo andare e tu mi accompagnerai». 

Il trafiletto riportato sulle pagine del «Littoriale» parlava chiaro: «Leva annuale giallorossa: se sei nato tra il millenovecentodiciannove e il millenovecentoventidue sono aperti i provini per entrare a far parte della Roma. Presentarsi al Campo Testaccio domani alle quattro del pomeriggio».

«E io, manco a fallo apposta, so’ der ventuno. Dobbiamo andare». La medesima severità con la quale il padre si rivolgeva a lui quando voleva rimetterlo in riga, Amedeo la usò per imporre all’amico una scelta già presa. 

«Ma chi c’è li ha i soldi per la corriera?» 

«Ma quale corriera? Scennemo con le biciclette, così risparmiamo e me faccio er fiato» rispose Amedeo, preso da un irrefrenabile entusiasmo. «Bravo, così arriviamo già stanchi e in campo corri a due all’ora». 

«E se invece arrivassi già caldo?» 

«Ma sono oltre venti chilometri, nun arrivi caldo, ma bruciato. Fattelo di’ amico mio: tu sei fuori di testa». 

«Sarà per questo che i difensori non mi prendono mai?» 

Con questa frase e un occhiolino Amedeo cercò di comprarsi la fiducia del compagno di avventure. L’incoscienza e la capacità di persuasione di Amedeo fecero in modo che i due si ritrovassero ben presto in sella alle rispettive biciclette, lanciati in discesa per la Via Tuscolana. L’amico sbuffava, contrariato non tanto per lo sforzo, ma per quello che lo avrebbe atteso al ritorno; anche i suoi genitori lo avrebbero cercato, non trovato e aspettato a mani aperte.  

«Amede’, io te lo dico, se poco poco i freni smettono de funziona’, a Campo Testaccio c’arrivamo volando. Volemo anna’ più piano?» 

«Pedala e goditi il vento fresco sulla faccia!» 

«Io so solo che sulla faccia quando torni tu’ padre ce sona er tamburello» 

«Ancora co’ mi’ padre, pensa ar tuo che a pizze pure lui nun se risparmia. Mi’ padre er sogno suo lo ha esaudito, er più bel forno de Frascati e io gli ho sempre dato ‘na mano e continuerò a farlo anche se dovessi diventa’ un campione, perché nun m’ha mai fatto manca’ niente e mi ha permesso de studia’, ma ora è arrivato er momento der mio de sogno, lo capisci?» 

Amedeo non aveva solo i piedi buoni, ma anche la testa, capace di ponderare bene fin da quell’età quali fossero le sue aspirazioni. Nei meandri del suo cuore aveva segregato la paura di non farcela, di poter essere scartato a quel provino e sprizzava di positività a ogni affondo di pedale; lui sapeva che si sarebbe potuto rifugiare nello studio o nel forno se qualcosa fosse andato storto, che era un ragazzo fortunato ad avere ben due alternative per non fallire nella vita, ma a quell’età non poteva e non doveva pensare a quello che non sarebbe stato, a quattordici anni aveva l’obbligo di proiettarsi verso ciò che sarebbe voluto diventare.

«Ma ce lo sai come so’ fatti i genitori, pensano giustamente al nostro bene, alle cose concrete. Tira’ du’ calci al pallone non lo vedono come un lavoro, cerca de capirli». 

«Facce caso, oggi si trova una giustificazione per tutto e tutti, pure a li malandrini, ma ai sognatori no, a loro nun è concesso niente. Nun fanno altro che dicce che c’avemo la capoccia da n’artra parte, de torna’ co li piedi per terra e allora lo sai che te dico? Che io vojo volà alto e lo vojo fa in campo, sotto l’occhi de’ tutti e quanno me verranno a chiede’ l’autografo, gli riderò in faccia». 

Dopo nemmeno due ore i due ragazzini erano fuori a Campo Testaccio e anche se le gambe tremavano dallo sforzo e da un pizzico di apprensione, si presentarono subito per essere provinati: «Nome, cognome, età e da dove vieni» 

«Mi chiamo Amedeo, ho quasi quattordici anni e vengo da Frascati». 

«Amedeo come?»

«Amedeo Amadei».

«Speriamo che in campo tu abbia più fantasia dei tuoi genitori nel darti il nome».

Amedeo non fece in tempo a entrare in campo che gli osservatori si accorsero che il ragazzino aveva fantasia da vendere: scartò quattro giocatori avversari e dopo una triangolazione con un compagno, insaccò la sfera sotto il sette. Si ripeté pochi minuti dopo, infilando il portiere con uno stacco di testa perentorio e un minuto dopo confezionò un cross al bacio che permise a un suo compagno di segnare indisturbato a porta vuota. Tentavano invano di marcarlo, anche solo stargli dietro era impossibile, un altro passo, il tocco di palla del predestinato.

«Vie’ qua regazzi’, tu da domani t’allenerai con noi. Domani passa co’ tu’ padre in segreteria per fare il tesseramento. Di cosa si occupa tuo padre?»

«Fa er fornaro». 

«Il fornaio? Allora da oggi sarai il Fornaretto».

Amedeo non stava nella pelle, corse ad abbracciare l’amico: «Lo sapevo, che t’avevo detto?» L’amico accennò un sorriso di compiacimento, ma gli si leggeva in volto la sua disapprovazione. «Aho, che c’è, ma nun sei felice pe’ me? 

«Amede’ io sono felicissimo per te, ma c’è una cosa che nun avevo messo in conto. Chi gliela fa’ a pedala’ fino a Frascati? È tutta in salita».
(Tratto dal libro “Da Amadei a Zlatan. I grandi centravanti della Serie A”)

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