No, Kobe no. Non dovrebbe capitare a nessuno ciò che è capitato a Kobe Bryant, morto ieri in seguito a un incidente con il suo elicottero. Con lui c'erano altre otto persone, tra cui Gianna Maria, una delle figlie. Ma a Kobe no. «Sono pronto a lasciarti andare», aveva scritto nella sua lettera di addio al basket. Non siamo pronti noi a lasciarlo andare, non può esserlo nessuno e non "solo" perché aveva solo 41 anni ed è stato un grande campione. I suoi numeri (quarto miglior realizzatore della Nba, 5 volte campione, 2 ori olimpici) li trovate ovunque e comunque non rendono pienamente conto della traccia che ha lasciato nella storia del basket e dello sport. 

«Sei il giocatore che noi fans di Boston odiamo di più - gli scrisse un tifoso dei Celtics - ma allo stesso tempo, non riusciamo a fare a meno di te». Questo rende l'idea. Era andato oltre il tifo e oltre il basket, aveva ancora tanto da dire. Magari in italiano. Come uno di noi. Era sempre contento quando incontrava qualche italiano. «Almeno posso praticare la lingua», gli diceva. Non l'ha mai dimenticata, al massimo l'ha inglesizzata nel lessico. «Quando vivevo a Rieti, Roma era la mia città favorita», disse nel 2011, davanti alla statua del Marco Aurelio.

Qualche anno fa incontrò un altro pezzo di Roma, Francesco Totti. «Onorato di averti conosciuto - ha detto il Dieci - Campione dentro e fuori dal campo». In campo l'ha visto spesso James Pallotta, da avversario, da "celtic". «A nome mio - ha detto - dei giocatori e dello staff dell'AS Roma, ci uniamo al resto del mondo sportivo per piangere la sua tragica scomparsa. Kobe era una vera icona e i nostri pensieri sono ora con la sua famiglia e le famiglie di tutte le vittime a bordo di quel volo».

«Il mio corpo sa che è ora di dire addio», scrisse lasciando la pallacanestro. Chissà se l'ha pensato anche ieri. Lui che, primo a far vedere che poteva esserci qualcosa dopo Michael Jordan, resterà uno di noi appassionati italiani che l'abbiamo visto bambino. Negli intervalli delle partite delle squadre del padre (Rieti, Reggio Emilia, Pistoia e Reggio Calabria), dai 6 ai 13 anni, entrava in campo, guardava verso l'alto, tirava un pallone più grande di lui e faceva canestro.

La sua passione era già la stessa che lo ha portato a lavorare sul suo talento con una ferocia che lo ha fatto diventare il numero uno. Se sbagliava un tiro libero in partita, la mattina dopo lo trovavi in palestra a farne mille. Campioni si nasce e si diventa. E purtroppo si muore. Ma Kobe no. Resterà sempre vivo in ogni bambino pronto a lanciare un pallone più grande di lui verso il cielo, dove ieri Kobe ha trovato un destino più grande di lui.