La favol(ett)a del Como multimilionario ha la morale posticcia del tecnico glam
«In campo è tutto lecito, ma alla fine ci si stringe la mano»: la frase di Fabregas dopo il rosso a Wesley sa di ammissione più che di insegnamento
(IPA)
Continuano a chiamarla favola. Come fosse il Cagliari del ’70, il Verona dell’85, la Grecia del 2004, o tutte le (poche) altre squadre che hanno costruito i propri successi su alchimie irripetibili. Ma il Como 1907 è tutt’altro. Si tratta della società calcistica più ricca della nostra Serie A, rilevata nel 2019 dai fratelli Budi e Bambang Hartono, ovvero due paperoni indonesiani proprietari della multinazionale del tabacco Djarum (ma non solo). Il patrimonio personale li fa inserire da Forbes fra i cento uomini più ricchi del pianeta. Entrambi. La somma familiare li porrebbe al secondo posto nella classifica dei multimilionari, fra i padroni di club calcistici in Europa. E gli investimenti nella squadra di riferimento rispecchiano le disponibilità. In poco più di un lustro alla guida dei lombardi, gli Hartono hanno già speso 390 milioni. Rilevando il club dal fallimento e con appena una stagione e mezzo di A alle spalle.
L’impero finanziario in piena espansione in Asia e America - banche, piattaforme streaming, case di produzione cinematografica - nel Vecchio Continente fa tappa quasi obbligata a Londra per arrivare in riva al Lago, fra le mete predilette dalla dorata Hollywood pre-Epstein. Chi segue le vicende romaniste ricorderà lo scorso anno Keira Knightley e Michael Fassbender a vippeggiare sulle tribune del Sinigaglia con sorrisi d’ordinanza. «Avevamo comprato il Como solo per usarlo come set televisivo, Fabregas è arrivato quasi per caso», le candide ammissioni del presidente Suwarso a Rivista Undici.
Ma il versante glam del calciatore prima, tecnico delle giovanili poi, si sposa bene con la filosofia societaria, così come l’ingresso di Henry fra gli azionisti o quello di Wise fra i dirigenti. Vincenti, multiculturali, cool: personaggi in grado di attrarre altre star e accendere le luci della ribalta internazionale. Mancano solo risultati e stile di gioco à la page. E chi meglio di Cesc può incarnare il ruolo? Detto fatto. Qualche mese di apprendistato, poi la prevedibile rincorsa a un posto nel gotha. Bruciando ogni tappa, come sempre in carriera. Enfant prodige del calcio europeo, matrice catalana, una sfilza infinita di trofei fra club e nazionale, le stimmate di predestinato anche in panchina. Fabregas non si sottrae, anzi: fra stile di gioco abbagliante, look da dolcevita e avversari lusingati in conferenza, appare il perfetto delfino della genia guardiolista. La squadra palleggia, incanta, vince. Ma i suoi vanno a terra più spesso del lecito e i colleghi non gradiscono. Lui cade dalle nuvole, addirittura si risente davanti alle telecamere dando lezioni di presunta sportività. Anche a Gasp. Ma il suo «In campo è tutto lecito, ma alla fine ci si stringe la mano» dopo il rosso a Wesley sa di ammissione più che di insegnamento. Come il post del suo Diao che ritrae l’azione incriminata: «Ecco come si fa». La morale della favol(ett)a Como.
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