Meritiamo Verona città aperta
Trasferte chiuse da quattro mesi, c'è ancora modo di fermare l’ingiustizia
(GETTY IMAGES)
Il rischio peggiore è l’assuefazione. Alle ingiustizie non ci si abitua mai, ma ormai sembra quasi la normalità non vedere più in trasferta i tifosi romanisti provenienti dalla Capitale. Sono trascorsi esattamente quattro mesi dall’ultima volta: Torino, 18 gennaio scorso. Era il giorno dell’esordio di Malen in giallorosso, per intendersi. Una vita, nell’era in cui tutto corre e scorre. Figurarsi in ambito calcistico. E fra le piccole grandi imprese compiute dalla Roma di Gasperini c’è stata anche quella di aver dovuto fare a meno della fetta più consistente di sostegno lontano da casa. Circostanza che andrebbe inserita fra le miriadi di difficoltà affrontate nei mesi scorsi, insieme con infortuni, lacune di rosa e diatribe societarie.
E allora, ci si chiederà? Allora riaprite Verona. Mettete fine a un assurdo, indiscriminato, anticostituzionale, oltremodo afflittivo divieto. Si sarebbe ancora in tempo (peraltro dopo aver deciso la data del derby giovedì sera, anche questo campo ha azzerato ogni motivazione). Riapritela perché in nessun Paese civile molti pagano in vece (e invece) di pochi. Riapritela perché in nessuno Stato di diritto vengono chieste e tantomeno applicate “pene esemplari”, ma semmai sanzioni giuste e commisurate al tipo di reato commesso. E una scaramuccia senza conseguenze su persone e cose - per quanto esecrabile - non può valere un divieto per un’intera stagione. Meno che mai per chi non era presente. Riapritela perché molto semplicemente state togliendo il diritto di viaggiare, stare insieme, godere di una passione, oltre che di tifare, a un’intera comunità. Comprese quelle famiglie delle quali tanto vi riempite la bocca quando le usate come slogan. Riportatele davvero le famiglie allo stadio. Tutte, non soltanto quelle residenti in altre parti d’Italia. E fatelo perché un altro dei ritornelli che siamo stati costretti a sorbirci ciarlava di «discriminazioni territoriali» a proposito di semplici cori esistenti da almeno mezzo secolo, ma quando si tratta di limitare la libertà allora va tutto in cavalleria.
Riaprite Verona ai romanisti perché perfino la tifoseria di casa, attualmente ostile alla nostra, lo vorrebbe. Perché nessuna tifoseria degna di questo nome trova soddisfazione nei divieti appioppati alle altre. Siano amiche o avversarie. Riapritela perché il Bentegodi è stato teatro di tanti esodi leggendari: dagli anni del gemellaggio fra ultras dell’Hellas e romanisti (ebbene sì, è successo, quando il nipote di Masetti era uno dei leader della Curva gialloblù), ai due Scudetti in tre stagioni fra le rive di Tevere e Adige; dai quattromila all’inizio dell’Anno Santo calcistico (19 novembre 2000) ai quindicimila (almeno) romantici del 16 maggio 2010, che dopo un’epica rimonta di fatto già tramontata scrivevano su carta e scolpivano nei cuori «Chi tifa Roma non perde mai». Riapritela perché la Roma merita di avere uguale trattamento delle altre e già in Europa League ha scontato amaramente le disparità. Riapritela perché i romanisti sparsi nel resto della Penisola e nel resto del mondo, liberi di seguire la squadra amata come dovrebbe valere per chiunque altro, hanno anche il sacrosanto diritto di sentirsi parte di un popolo, ricongiungendosi a chi ha dovuto sottostare per mesi all’assurda restrizione. Riapritela perché dopo il grottesco rimpiattino prederby su data e orario della sfida, avete l’occasione per mostrare che qualcosa di sensato si può ancora portare a compimento. Soprattutto se esistono velleità di organizzazione di grandi eventi.
Riapritela, per rivedere stadi pieni non soltanto di comparse, ma di tifosi veri.
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