L'analisi di Como-Roma 2-1: oggi loro sono più forti, ma i giallorossi non mollano
Fabregas ha disegnato una squadra vicina alla perfezione. Gasperini è penalizzato da assenze e condizioni precarie. E in 11 contro 11...
(GETTY IMAGES)
Ci sono due diversi modi per riassumere il senso della partita di Como ed hanno entrambi un peso decisamente rilevante. Sulla proporzionalità tra le due chiavi di lettura non ci esprimiamo, tanto ognuno ha la sua opinione e sempre più spesso nell’era social che stiamo vivendo l’opinione non è un contributo per arricchire un dibattito e farsi magari un’idea sempre più raffinata, ma il dogma da cui si deve partire per allargare ancora un po’ la vanità del proprio ego. Il dibattito che si è sviluppato dalle 20 di domenica è chiaro: la Roma ha perso la partita perché ha giocato male o perché l’arbitro, con i suoi errori, l’ha determinata? Purtroppo sono vere entrambe le cose ed è questo il motivo per cui non ci esprimiamo sulla percentuale di incisività dell’una e dell’altra. In altre pagine troverete il racconto di tutto ciò che è accaduto relativamente ai misfatti arbitrali, qui ci limiteremo a parlare come sempre dell’aspetto tattico.
Fabregas è bravissimo
E su questo, con tutte le attenuanti che chiaramente dobbiamo riconoscere alla Roma e a Gasperini, siamo portati a pensare che il Como abbia meritato la vittoria in virtù di una espressione tecnico-tattica migliore della Roma. La vera domanda che ci si può fare, però, è un’altra: è sorprendente che oggi il Como giochi meglio della Roma e che esprima persino una qualità migliore di quella della Roma? La risposta è no, o almeno non più. Poteva essere sorprendente all’inizio di questa stagione, quando poco si conosceva degli acquisti e del progetto del Como. Ma dopo aver visto per sei mesi le loro qualità e dopo aver apprezzato la capacità di allenatore di Fabregas - uno che sarà sicuramente antipatico anche a qualche membro della sua famiglia, ma che ha delle qualità e una visione che sarebbe assurdo disconoscere - sarebbe da incompetenti. Il Como è una squadra forte, per la cui costruzione i ricchissimi proprietari hanno speso una fortuna (che presto dovrà essere parametrata al fatturato) e su cui Fabregas sta facendo un lavoro davvero apprezzabile. Sta di fatto che oggi il Como è probabilmente più forte della Roma e dunque la sconfitta non può essere in assoluto sorprendente.
Il deserto intorno a Malen
Siamo certi, però che se Gasperini avesse avuto a disposizione tutti e sette gli attaccanti (quattro stanno fuori, tra i sette ci sono anche El Shaarawy e Robinho Vaz) avrebbe sicuramente avuto maggiori chances di vincere la partita. A far la fortuna degli allenatori, ricordiamolo sempre, sono gli interpreti e la Roma che stiamo vedendo in questo momento non solo è penalizzata dalle assenze ma anche dallo stato di forma che non può che essere precario di giocatori che sono costretti ai continui straordinari, e Malen in questo senso è l’esempio più lampante. Pur di non stressarlo, Gasperini l’ha cambiato subito dopo l’espulsione di Wesley: tecnicamente una sostituzione (con Robinio Vaz) senza senso. Ma Gasp già pensava a giovedì.
La difesa precaria
A condizionare l’andamento della partita, dal punto di vista tecnico e tattico, è stato indubbiamente poi il vantaggio presto raggiunto dalla Roma. Fabregas aveva scelto di schierarsi a specchio, accettando di scendere sullo stesso piano nel quale all’andata l’aveva imbrigliato Gasperini, con le sue marcature individuali a tutto campo. Lo spagnolo ha quindi deciso di sfidare la Roma sul piano dei duelli, provando a contare in fase di possesso palla sul maggior dinamismo e sulla maggiore qualità, purtroppo bisogna riconoscerlo, dei giocatori a sua disposizione. Ma nel primo tempo qualcosa non ha funzionato: proprio con una pressione alta, la Roma si è trovata in vantaggio e poco dopo Pellegrini ha avuto la chance di servire El Shaarawy solo davanti al portiere, ma il suo assist è stato intercettato proprio da un’uscita di Butez. In svantaggio, il Como ha ulteriormente aumentato la carica elettrica delle sue giocate e ha trovato terreno fertile anche per l’assetto un po’ improvvisato della difesa romanista, priva di un punto di riferimento solido come Ndicka, e con la solita coperta corta legata all’utilizzo di Celik, un giocatore di modesto valore tecnico, ma preziosissimo per l’allenatore, vista la sua capacità di giocare indifferentemente da terzo centrale e da esterno, senza eccellere né nell’una, né nell’altra funzione. A questo si aggiunga la condizione di forma precaria di Hermoso, fermato per buona parte della stagione da una serie di infortuni, mai chiariti (e anche su questo aspetto a fine stagione, se non prima, sembra necessaria un’ampia riflessione). Come Koné.
La speranza prima di Massa
Il Como ha sfiorato il pareggio già nel primo tempo, e lo ha raggiunto nel secondo quando Fabregas si è reso conto che la Roma non era quella brillante che gli aveva impedito quasi di tirare in porta nella partita d’andata, e ha aumentato l’arsenale offensivo inserendo ben due punte, togliendo il fantasma di Sergi Roberto (suo l’errore che aveva consentito alla Roma di portarsi in vantaggio) e uno dei tre centrali (Kempf). Per segnare, però, il Como ha dovuto sfruttare un regalo della difesa romanista, quasi un inedito rispetto ai principi tattici di Gasperini. Non un inedito in assoluto, perché attraverso un errore molto simile di Ndicka la Roma aveva concesso all’Inter all’Olimpico il gol della sconfitta. Anche in quel caso, il romanista provò a tenere in fuorigioco il suo avversario (Bonny) invece di assorbire il taglio in profondità. Prima che l’arbitro, poi, mettesse il suo sigillo sulla serata era però arrivato un episodio che non è giusto lasciare inosservato: dopo un’azione insistita in area romanista, Celik era stato bravo a far partire in contropiede Wesley che si è involato sulla fascia e ha servito lungo Malen che ha avuto due possibilità per servire a sua volta Pellegrini solo al centro dell’area, ma il passaggio è stato intercettato e lì si sono spenti con un clic i sogni di gloria della Roma. Non è giusto infatti commentare tutto quello che è successo dopo. Perché il carico psicologico dell’inferiorità numerica, peraltro ingiustamente raggiunta nel momento in cui si stava tentando il massimo sforzo, ha tolto ogni residua speranza e il gol arrivato a 10 minuti dalla fine per qualche assurdo meccanismo psicologico si potrebbe definire persino liberatorio. Certo, si potrebbe obiettare riguardo le scelte tecniche dell’allenatore sia alla vigilia, sia a gara in corso, ma si farebbe un torto alle sue riconosciute capacità. Dopo è sempre troppo facile, ma Gasperini, prima, resta uno dei migliori. Peraltro, il campionato è ancora lungo e giovedì Roma vivrà un’altra delle sue serate da incorniciare. Speriamo anche per il risultato.
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