Il paradosso di tutta questa storia è che il passo d'addio di Di Francesco sulla panchina della Roma è stato decisamente in controtendenza rispetto a quella che è stata tutta la sua esperienza romana. Perché se per 20 mesi gli si è rimproverata la mancanza di spirito agonistico - la tigna romana altroché la garra sudamericana - a dispetto di una tendenza alla ricerca del calcio offensivo spesso eccessiva per le capacità di tenuta dei difensori in rosa, stavolta la Roma è stata decisamente cauta, quasi catenacciara, ma ha mostrato un'attitudine alla battaglia persino sorprendente. Quel rimprovero stordente e così volgare, almeno per chi scrive, di ricercare meno bellezza a vantaggio di qualche calcione al pallone ben assestato a scavalcare il centrocampo, risuona adesso beffardo, dopo che una Roma così antica è stata beffata – da Dzeko, dal Var, dall'arbitro, dagli errori individuali, dall'atteggiamento generale, ognuno tracci la sua preferenza – alla fine dei tempi supplementari e ha dovuto così abbandonare agli ottavi la coppa più prestigiosa, la "sua" coppa. Per coerenza con lo spirito di questa rubrica, a Di Francesco rimproveriamo invece proprio questa cautela. Perché la ricerca dell'equilibrio tattico non deve svilire la capacità offensiva e invece al do Dragao per lunghi tratti della partita la Roma ad attaccare ci ha proprio rinunciato.

Il pensiero difensivo

L'errore iniziale è stato quello di affrontare la partita col pensiero ossessivo di non sbagliare nulla in fase difensiva, e quando fai così difficilmente hai la mente libera per andare anche a (contr)attaccare. Basso il baricentro (di media 43 metri, quasi 13 in meno degli avversari), lunga la squadra (43 metri, 7 in più del Porto), insignificante il possesso palla (addirittura 39,6% nel primo tempo), eppure minima la capacità di evitare le conclusioni (alla fine sono state addirittura 31 nei 120 minuti, di cui 9 nello specchio), tanto che gli expected goals alla fine sono stati 4,25 contro 1,76: sono questi gli indicativi più chiari riguardo l'atteggiamento generale della Roma. A Stamford Bridge, il giorno della laurea di Di Francesco ai massimi livelli continentali, la Roma annichilì il Chelsea campione d'Inghilterra giocando senza Manolas e De Rossi, con Peres terzino e Gerson all'ala destra, palleggiando senza riguardi nella metà campo avversaria, tenendo il possesso per il 60% del tempo. Col suo 433, contro la minestra del 352 difensivo di Conte. Oggi, un anno e mezzo dopo, quella squadra lì non esiste più.

Quanti errori

Olsen mercoledì sera ha quasi sempre rinviato il pallone (16 volte), a palleggiare i difensori hanno rinunciato un po' per le poderose pressioni avversarie (che pure se ben affrontate si potevano facilmente evitare), un po' per i difetti di personalità di qualche elemento (e qui mancano evidentemente anche esercitazioni specifiche nel possesso in spazi stretti), e troppo spesso si cercava Dzeko col lancione per far salire la squadra. Come flash, vengono in mente gli errori in uscita di Manolas sul primo gol (ma un minuto prima De Rossi lo aveva rimproverato per un passaggio avventato, aumentando le sue incertezze) e di Karsdorp sul secondo, di Marcano nella marcatura di Marega nella stessa occasione, ma vengono in mente anche Zaniolo che pochi secondi prima del vantaggio portoghese non asseconda una bella sovrapposizione di Perotti o Pellegrini che a inizio secondo tempo perde tempo in un controllo complicato, si fa attaccare e perde la palla dando il via alla lunga azione del 2-1, o lo stesso Perotti che sbagliando uno stop fa nascere un'altra occasione dei dragoni. Incertezze, paure, mollezze. Peccato, perché palla a terra la Roma ha raggiunto la semifinale di Champions un anno fa. E se si riguarda l'azione al 41' del primo tempo – 14 passaggi quasi tutti di prima, con tutti i giocatori a toccare il pallone tranne Zaniolo, fino al cross di Kolarov per Dzeko, anticipato – quella qualità c'è ancora, ma forse è mancata quest'anno la fiducia per continuare così. Che poi la partita sia stata decisa al videogame della camera Var è un altro discorso, che però con l'atteggiamento dell'ultima Roma di Di Francesco non c'entra proprio.

I match-point

Logicamente tornano in mente anche gli errori decisivi in fase d'attacco di Perotti (sul finire dei tempi regolamentari) e di Dzeko, nel cuore del secondo supplementare. Il primo per la smania della gloria personale (era stanco, ma sorretto dall'idea di diventare il protagonista del gol qualificazione al termine di una partita in cui ha giocato un po' a sorpresa) non ha servito né Zaniolo nel taglio, né Pellegrini in appoggio che sembravano avere una visuale decisamente migliore della sua; il secondo ha sprecato prima una sua stessa prodezza (un rientro sul destro con tiro dal basso verso l'alto che però è finito sin troppo alto) e poi ha regalato la qualificazione al Porto gettando al vento la più sognata delle palle-gol, solo davanti a Casillas peraltro giù a terra anche prima del tiro del bosniaco.

Edin avrebbe potuto battere basso in diagonale alla sinistra dell'ex madridista, avrebbe potuto rientrare sul sinistro e far gol a porta vuota in tutta serenità o spingere bene quella specie di cucchiaio, che invece gli è uscito corto e così Pepe ha visto premiata la sua intuizione di correre verso la porta quando non ce n'era più troppo motivo (quanti difensori, meno esperti del portoghese, in quei casi si fermano a guardare? Ecco, lui no, ed è anche per questa che ha una bacheca così ricca, a prescindere dalle simpatie che può ispirare). Infine, l'ultima considerazione: il Porto non è una squadra di alto livello e scommettiamo che ai quarti sarà facilmente eliminata. E questa è un'altra colpa della Roma. E di un'annata sbagliata.

Il primo tempo visto dall'alto: la Roma chiusa col 541, il Porto aperto con difensori altissimi blu, centrocampisti mobili (celesti) e punte a tenere sempre occupati i due centrali (bianchi)