Non vorremmo tradire la fiducia di chi seguendo nel tempo questa rubrica sa ormai con certezza che da queste parti tendiamo ad esaltare il lavoro soprattutto degli allenatori che propongono un calcio offensivo e moderno. Il fatto è che il calcio è una materia in continua evoluzione e la cosa più sbagliata che si possa fare è mettere le etichette sugli allenatori, e portare avanti nel tempo crociate che poi hanno senso di esistere solo perché animano i dibattiti giornalistici (tipo giochisti vs risultatisti), che però spesso restano lontanissimi dalla realtà con cui si confrontano ogni giorno gli allenatori. Ecco perché oggi riteniamo che non abbia alcun senso neanche la crociata contro Mourinho perché non è solo sull'aspetto prettamente tattico che ci si dovrebbe concentrare. E se anche lo si facesse, non si potrebbe sottovalutare che anche la materia plasmata da Mourinho è in continua evoluzione. E tra Milano e Reggio Emilia forse ci sono gli elementi per dire che sta nascendo un'altra Roma. Forse. Ma ne parliamo tra un po'.

Dove ti porta il Mou?

Prima ci pare doveroso ribadire che non riusciamo davvero a comprendere lo stupore di chi oggi contesti Mourinho in virtù del fatto che la Roma non abbia ancora una sua precisa identità tattica. Ma non capiamo neanche chi si rifugia nel grande classico: «Pensavo che almeno potesse far diventare la Roma un fortino inespugnabile e che in virtù di questo potesse giocarsi fino alla fine qualche trofeo». Proviamo invece a concentrarci su un punto: che cosa ha fatto diventare Mourinho il grande allenatore che è? Sicuramente il fatto che abbia saputo trarre il massimo dai gruppi che ha avuto a disposizione prima al Porto e poi al Chelsea e che, ai tempi dell'Inter, in virtù di questo abbia riportato a vincere, anzi a stravincere, un club che non era più abituato a farlo. Mai con un calcio particolarmente brillante. Sempre formando gruppi di uomini, prima che di calciatori, inossidabili. E che lui ha soprattutto scelto, non formato. Poi però è arrivato Guardiola, proprio negli anni del passaggio del portoghese dall'Inter al Real Madrid. Il calcio da allora è cambiato. E infatti tutto quello che Mou ha fatto e vinto dopo l'Inter non ha avuto più niente di straordinario. Ha, semplicemente, continuato a vincere, magari con minor frequenza e minor "eccezionalità", in maniera più "ordinaria", ma ha continuato a farlo: al Real, al Chelsea bis, al Manchester United e, se non fosse stato esonerato alla vigilia di una finale, avrebbe potuto farlo anche al Tottenham. Ecco perché i Friedkin gli hanno affidato questo compito. A loro evidentemente non interessava tanto ingaggiare un maestro di calcio, ma un mito della panchina in grado intanto di depotenziare il vizietto di questa città di contestare gli allenatori in carica e poi di indicare la strada per vincere. E quale strada conosce Mourinho? Non certo quella che avrebbero intrapreso De Zerbi, o Sarri, o Italiano o, per stare alla cronaca, un Dionisi. E quindi basse pretese e alte aspettative di gioco, col rischio di saltare al primo intoppo, come è capitato a tutti i predecessori romanisti di Mourinho. Lui passa attraverso sentieri diversi. Spreme i giocatori, distilla il succo migliore di ognuno di loro, li conquista nell'anima, oppure ci si scontra e li lascia andare (ne ha perso qualcuno in ogni club) per sostituirli con qualcuno più adatto al compito, poi di sicuro sbaglia qualcosa nelle valutazioni, sembra incoerente nella comunicazione, e poi protesta con gli arbitri e magari con gli avversari. Però alla fine, per selezione naturale, è sempre riuscito a formare un gruppo in grado di competere, se non di vincere. Ci riuscirà anche a Roma? Dobbiamo augurarcelo. Altrimenti dopo il suo passaggio probabilmente resterebbero macerie.

La costruzione dal basso

E allora torniamo al punto. Che cosa oggi può rendere ottimista il tifoso della Roma? Intanto che Friedkin abbia piena fiducia nel suo allenatore e che quasi l'intera città sia allineata su questa direttiva. I Friedkin sanno di poter conquistare il cuore dei romanisti solo vincendo qualcosa e dunque asseconderanno le idee del portoghese anche a costo di investire più di quel che avevano previsto. Nel frattempo bisogna migliorare il gioco della Roma e ottenere di più dai giocatori di oggi. Come? Per esempio giocando di più il pallone: e su questo la Roma deve ancora migliorare. Il paradosso tirato fuori sabato della scarsa adattabilità di questa rosa alla costruzione dal basso lo poteva esprimere solo Mou. Ogni squadra, se opportunamente allenata, è in grado di costruire dal basso. Prendiamo un allenatore come Italiano: l'anno scorso il suo Spezia era nono nella classifica dei passaggi difensivi, oggi è quindicesima; quest'anno la Fiorentina è ottava mentre l'anno scorso era diciassettesima. Diciamo allora che Mourinho non si fida troppo dei suoi difensori e non perde troppo tempo a lavorare su quest'aspetto, e questo è un peccato. La costruzione dal basso resta un ottimo mezzo per disinnescare le pressioni avversarie e colpire le squadre sfruttando tanto spazio in avanti. Mou dovrebbe ripensarci.

Le pressioni estreme

Intanto però tatticamente sta dando una forma più aggressiva alla sua squadra. Tra Milano e Reggio Emilia ha alzato di parecchio i giri del motore della sua squadra. Contro l'Inter in Coppa Italia il piano avrebbe potuto funzionare solo se fortuna e concentrazione fossero stati dalla parte della Roma: ma se regali i gol agli avversari e sbagli le tue occasioni il risultato prende la forma peggiore, a prescindere dal piano gara prescelto. Eppure anche al Meazza Mourinho aveva scelto di attaccare e aggredire alto gli avversari. Stessa cosa al Mapei: nel primo tempo la Roma è rimasta altissima sul campo in non possesso e ha meritato il vantaggio maturato proprio nel finale di partita. L'errore è stato semmai quello di cambiare strategia all'inizio della ripresa, forti proprio del vantaggio conseguito. Nel primo quarto d'ora della ripresa c'è stata l'impennata dei lanci lunghi (21, il doppio della media del primo tempo), a scapito della precisione dei passaggi (appena il 71% nel periodo) e del possesso palla (addirittura 34%) mentre la pressione offensiva era già calata a fine primo tempo. Così il Sassuolo ha rimesso la testa fuori, ha pareggiato fortunosamente e conquistato poi il vantaggio, rimediato solo nel finale dal gol di Cristante su calcio d'angolo. Se la Roma riuscisse invece a trovare la giusta continuità in questa impegnativa ricerca dell'aggressività sarebbe già un passo avanti. Qualcosa si muove.