L'analisi di Roma-Stoccarda: il capolavoro di Gasperini. Roma pronta per il Milan
Contro un ottimo Stoccarda una partita esemplare “avvicinando” l’utopia di ottenere buone prestazioni a prescindere da chi gioca
(GETTY IMAGES)
Abbiamo sostenuto spesso in questa rubrica che non sarà facile vedere partite spettacolari con la Roma di Gasperini, a causa dell’evidente dominanza dei confronti e dei duelli individuali rispetto alle trame di gioco normalmente proposte alternativamente dalle due contendenti in una partita. La sfida tra la Roma e lo Stoccarda non si è sottratta a questa indicazione generale, ma ha fornito almeno una chiave di lettura tattica che può aver appassionato gli esperti del settore. Da una parte, infatti, c’era una squadra in linea con le esigenze estetiche della filosofia ormai piuttosto diffusa nella Bundesliga, esigenze sopraggiunte nel campionato tedesco dagli anni in cui a tracciare la strada era stato Guardiola sulla panchina del Bayern Monaco. Hoeness nella sua filosofia si ispira chiaramente a quel calcio e non a caso ha confessato recentemente di essere un grandissimo ammiratore di Roberto De Zerbi.
Ma poi ha riempito più volte di complimenti Gasperini, già incontrato sulla sua strada l’anno scorso con l’Atalanta nella fase campionato della Champions League e ritrovato l’altra sera all’Olimpico: un’altra sconfitta con lo stesso risultato («ma l’anno scorso - ha chiosato in sala stampa il tedesco - soffrimmo di più»). Si vede che lo Stoccarda è una squadra ben allenata. Si vede dalla ricerca dei dettagli risolutivi, dalle giocate dal basso con l’astuzia dei mediani che si alzano e si abbassano alternativamente o vengono a giocare in contromovimento per liberare il terzo uomo, si vede dalle verticalizzazioni sempre ben indirizzate, dalle corse di smarcamento in diagonale, e anche dalla qualità tecnica di alcuni giocatori sempre al servizio dello sviluppo del gioco. Ma giocare contro la Roma è fastidioso per tutti e se n’è accorto una volta di più anche il figlio (e nipote) d’arte teutonico.
L’interpretazione contro il 4231
La maggior parte degli applausi spettano però ancora una volta a Gian Piero Gasperini, intanto per la lucidità delle scelte tecniche che hanno innalzato l’autostima del gruppo, grazie alla buonissima prestazione dei gregari mandati in campo, un po’ a sorpresa, tutti insieme, così da risparmiare anche preziosissime energie in vista della fondamentale sfida di campionato con il Milan di domani sera. Ma gli applausi stavolta sono convinti anche per la sapiente interpretazione tattica che hanno saputo dare i giocatori della Roma, in risposta alla mobilità di un avversario che sul campo sposta sempre i riferimenti agli avversari. Così per un po’ di tempo, nella inevitabile fase di assestamento iniziale che la Roma paga sempre un po’ quando affronta squadre con difesa a quattro e due mediani, non si riusciva a trovare una chiave per intervenire rapidamente su ogni portatore di palla.
Con un centravanti come Ferguson, chiamato ad infastidire la prima impostazione di uno dei due centrali, sull’altro sono andati alternativamente ora Pellegrini ora Soulé, con l’inevitabile slittamento tattico della squadra ora da una parte e ora dall’altra. Così quando era Pellegrini a chiudere sul secondo centrale, Tsimikas doveva salire forte sul terzino destro tedesco e per ricostituire il 442 di pura contrapposizione era Soulé a doversi abbassare dalla parte opposta sul terzino sinistro Hendriks mentre Celik andava sulle tracce del trequartista avversario e Rensch diventava il terzino destro di una difesa a quattro. Questo movimento incessante alla ricerca della migliore opposizione nei minuti iniziali, non ha consentito alla Roma di rallentare le iniziative avversarie, come avrebbe fatto poi più o meno dal 20º del primo tempo: le occasioni per lo Stoccarda nel corso della partita sono arrivate infatti da ripartenze veloci su transizioni romaniste rifinite male o su palla inattiva (con sviluppi casuali). Al di là delle statistiche che indicano comunque un certo equilibrio, restiamo anche sempre ammirati di fronte alla bellezza della costruzione dello sviluppo delle manovre romaniste nel chiaro intento di svuotare il centro del campo con combinazioni esterno su esterno per poi andarlo ad attaccare con le sovrapposizioni interne e i tagli verso il centro, così difficili da leggere.
L’utopia di ogni allenatore
Ecco quindi, che a poco a poco si può materializzare il sogno di qualsiasi allenatore: avere una squadra in grado di giocare bene, a prescindere dal titolare o dalla riserva messa sul terreno di gioco. Resta un’utopia, lo sa ogni allenatore: un conto è avere Dybala, un altro un giocatore di livello inferiore. Ma quando tutti entrano in campo con la stessa motivazione e partecipano in maniera così attiva alle due fasi di gioco devi essere davvero scarso per produrre un effetto nefasto sul risultato. Alla Roma di giocatori scarsi non ce ne sono, c’è qualcuno di un livello inferiore rispetto ad un altro, ma quando la squadra gira così, quando non si fa mai un passo indietro né per opportunità tattica né per condizione atletica, è quasi inevitabile che la squadra produca risultati a prescindere da chi va in campo.
La concentrazione costante
C’è poi una valutazione che si può fare riguardo le costanti valorizzazioni che Gasperini quasi naturalmente garantisce ad ogni singolo giocatore che passa per le sue sapienti mani. Il Gasperini di qualche tempo fa, prima dei trionfi con l’Atalanta, non poteva vantare ambizioni assolute, perché si riteneva che la sua filosofia non si sposasse con le grandi squadre e in qualche modo la “disavventura” all’Inter aiutò a sostenere questa tesi molto superficiale. Anche se, com’era naturale, non poteva avere giocatori di primissimo livello nei primi anni della sua carriera, attraverso questa applicazione quasi scientifica sulle marcature individuali e sulle aggressioni nella metà campo avversaria migliorava quasi tutti i difensori che aveva a disposizione, perché il presupposto stesso della sua filosofia richiede massima concentrazione e di fatto semplifica il compito di chi difende.
Quando si lavora di reparto, si difende a zona, si ragiona d’insieme, si sviluppa un bel pensiero collettivo ma si sbaglia più facilmente, perché l’alibi pronto della condivisione dell’errore inevitabilmente sembra lì apposta per autorizzare qualche rilassamento. Con Gasp non puoi permetterti di sbagliare, perché l’errore diventa solo tuo e questa assunzione di responsabilità favorisce la concentrazione. La trasformazione di Ghilardi da bambinello impaurito diventato quasi un meme (ricorderete lo smarrimento di Gasperini dopo un goal in amichevole a Frosinone, «Ma Ghilardi, dov’è?») a guardiano indefesso della porta pure contro i corazzieri dello Stoccarda, ne è solo l’ultima plastica dimostrazione.
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