Alla fine, la sensazione che ha lasciato la partita di Plzen, vista dal vivo e rivista in tv il giorno dopo, è che la Roma abbia giocato senza la sua anima, quella che s'è smarrita lungo i tortuosi percorsi di una stagione che sarebbe ancora tutta aperta eppure dà la sensazione di essere già chiusa. Tra Vrba, tecnico del Viktoria, e Di Francesco c'erano state delle schermaglie verbali alla vigilia della sfida di mercoledì, per il riferimento del ceco alla partita col Cagliari che all'allenatore della Roma non è per niente piaciuto («se voleva caricare i suoi giocatori, può aver fatto vedere solo gli ultimi dieci minuti»). In realtà, oggi se alleni una squadra dal valore tecnico medio inferiore a quello della Roma puoi studiare un lungo elenco di partite per capire non solo come uscire indenni nel confronto, ma anche coltivando buone possibilità di vincere. Col Chievo, col Bologna, parzialmente con l'Empoli, con la Spal e con l'Udinese, e in parte appunto pure col Cagliari, i tecnici avversari infatti hanno avuto una sola, brillantissima idea: aspettare la Roma ben chiusi nella propria metà campo attirando persino a volte più alti possibili i terzini giallorossi e poi provare a colpire con transizioni rapide e ficcanti. Nicola, appena arrivato all'Udinese, la spiegò persino in sala stampa: «L'obiettivo era aspettarli e sfruttare magari le grandi diagonali di campo che si aprono tra terzino e centrale quando alzano le pressioni».

Lo sterile palleggio iniziale

Così anche il primo tempo di Plzen è stato ingannevole: quello che a prima vista poteva sembrare un totale controllo del gioco, con la Roma costantemente proiettata nella metà campo avversaria, in realtà era una precisa scelta tattica degli avversari. Il rischio in teoria per chi deliberatamente decide di abbassare il proprio baricentro fin davanti alla propria area dovrebbe essere altissimo. In fondo si resta vicini alla propria porta per gran parte del tempo (il possesso romanista nei primi 45 minuti è stato alla fine mediamente del 64,3%) e quindi è più probabile subire reti. Ma con la manovra lenta, compassata e involuta della più recente versione non si corrono certi rischi. La Roma sembra giocare tranquilla in attesa di colpire, ma poi passa il tempo e non succede niente, proprio per la lentezza della sua manovra che risente anche del passo pesante di molti giocatori, da Santon a Pastore, da Nzonzi a Cristante, da Kolarov a Schick. Così un tempo intero contro una squadra che si difende e basta fa segnare sul taccuino della fase offensiva un tiro in porta (moscio, di Pastore) e zero concrete occasioni da gol (ma molte conclusioni sbagliate, o malamente rifinite, da Ünder, Kolarov, Schick).

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Quando attaccano gli altri

Ma quando poi la Roma perde palla o comunque lascia l'iniziativa agli avversari, allora il portiere (di solito Olsen, mercoledì Mirante) passa i guai. È successo in particolare due volte in quel primo tempo "controllato" dalla Roma: al 26' quando un rinvio sballato di Cengiz in una mischia ha favorito una conclusione di Kovarik (sballata, da ottima posizione) e al 39' quando un cross ancora di Kovarik da sinistra al terzo tentativo ha bucato la difesa romanista ed è sfilato pericolosamente lungo tutto lo specchio della porta, solo sfiorato dal piedone proteso di Chory (tre tentativi, non uno, e quindi la difesa avrebbe dovuto avere tutto il tempo di piazzarsi, e invece...). Questo può significare una cosa sola, per parafrasare le parole di Manolas a fine partita: che la Roma si difende malissimo, di più, che è proprio senza difesa. E il problema si verifica sia nelle transizioni, ma a volte anche con la difesa schierata.

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Le pressioni estreme

L'input di Di Francesco resta sempre lo stesso e non cambia: a lui piace fare la partita, rubare palla il più alto possibile, tenere la squadra cortissima e dunque la linea quasi a metà campo. E quando le cose non funzionano a perfezione succede quello che accadeva alla Roma di Zeman, nel finale della sua prima esperienza a Trigoria, quando si prendeva gol da tutti in contropiede. Lo stesso sta accadendo adesso. E dov'è finita quella malizia che aveva permesso allo stesso tecnico di guidare la squadra fino al tetto d'Europa? Il capolavoro delle pressioni perfette portate contro la squadra meno pressabile del mondo, il Barça di Messi? Lì c'è forse da cambiare qualcosa. Di Francesco potrebbe pensare a soluzioni alternative, abbassando sui terzini gli attaccanti esterni (invece di mandarli fin verso i centrali avversari), lasciando a centravanti e trequartista centrale il compito di stemperare la prima costruzione avversaria (tra centrali e regista) e mantenendo così superiorità numerica dei difensori sugli attaccanti, senza esporli a uno contro uno che diventano insostenibili contro giocatori di passo diverso. Così com'è ora, invece, spesso i terzini romanisti escono alti fino ai terzini avversari perché gli attaccanti esterni salgono sui centrali, lasciando ampi spazi alle spalle su cui banchettano gli avversari. Il primo gol preso mercoledì nasce proprio da una pressione portata male (nello specifico da Nzonzi e Cristante) che ha liberato una ripartenza letale nonostante l'inferiorità numerica (2 contro tre romanisti). Il secondo invece solo da un errore in palleggio di Kolarov, comunque sempre con sette-uomini sopra la linea della palla. E allora viene in mente che la Roma potrebbe mantenere comunque un'identità fortemente offensiva limitando però questa propensione al suicidio che continua a penalizzarla con questa frequenza.