Il pianista è rimasto solo. O quasi. In un silenzio interrotto solo dall'altra parte dell'Atlantico dal presidente Pallotta che, a Teleradiostereo, ha smentito seccamente le voci che lo volevano deciso a esonerare il pianista, Di Francesco se qualcuno non lo avesse capito, dopo la sconfitta di Bologna. Parole che ci possono stare, un po' meno ci stanno quelle in risposta allo striscione esposto dai tifosi a Plzen («Pallotta go home»), roba del tipo «cosa sarebbe una stagione alla Roma senza questo», parole che sarebbe stato meglio evitare visto il momento. Ora però Bologna è lontana. Dopo è successo molto altro e quasi sempre in negativo. La situazione è peggiorata, la squadra manda segnali inquietanti, di scollamento da se stessa, dal tecnico, da uno spogliatoio piuttosto problematico. Il risultato è che il pianista continua a suonare senza più avere un pubblico.

Difra e la società

Monchi, non più tardi di un paio di giorni fa, ha ribadito pubblicamente la totale fiducia nei confronti dell'allenatore. Ma gli eventi, cioè i risultati, continuano a essere un ricordo e la prova in Repubblica Ceca non ha fatto altro che rimettere il coltello in una piaga che sembra incurabile. Eppure si era pensato che il ritiro, visto il risultato del primo che qualche effetto benefico lo aveva prodotto, potesse essere una parte della soluzione. Un ritiro che, peraltro, i giocatori non avevano accolto bene: sabato rientro da Cagliari, tutti a casa, domenica ritorno a Trigoria e, senza preavviso, la comunicazione che sarebbero rimasti lì a tempo indeterminato. Nel chiuso del «Bernardini», Di Francesco la domenica mattina aveva avuto un prolungato contatto con i giocatori, così prolungato da essere costretto a rinviare l'allenamento al pomeriggio. E poi tra domenica e martedì, Monchi, Baldissoni e Totti si erano confrontati singolarmente con tutti i giocatori cercando di capire cosa stesse succedendo con l'obiettivo di trovare una soluzione.

La partita di Champions ha dimostrato che la soluzione non è stata trovata. Anche per questa ragione, una volta tornati  dalla Repubblica Ceca, aver trascorso la notte a Trigoria, aver svolto l'allenamento di scarico (anche se non si capisce lo scarico da che), è stato deciso che i giocatori potessero tornare a casa. Sperando in una presa di coscienza singola che possa riconsegnare a Di Francesco una squadra e un gruppo. Ieri il dg Baldissoni e il ds Monchi si sono fatti una prolungata chiacchierata con il tecnico. Gli hanno ribadito la fiducia, ma anche Di Francesco sa che un flop con il Genoa potrebbe essere la sua ultima volta sulla panchina giallorossa. Chi nel caso al suo posto? Conte ora è da escludere, i nomi che si fanno vanno da Lopetegui a Blanc, da Montella a Paulo Sosa, da Donadoni a chi vi pare a voi.

Difra e lo spogliatoio

Chi scrive, è da sempre convinto che la chimica che si crea all'interno di uno spogliatoio, sia un valore che può valere un top player, un fattore determinante nelle fortune di una squadra e, quindi, di un allenatore. Nella passata stagione quella chimica positiva si era creata. Quest'anno ci sembra abbastanza evidente che non sia la stessa cosa. Del resto in qualche maniera poteva essere prevedibile visti i dodici armadietti nello spogliatoio di Trigoria con un nome nuovo e le non poche partenze dell'ultimo mercato, considerando anche i nomi non di primo piano. Quando è così, perlomeno ci vuole tempo perché si ristabilisca un'atmosfera da uno per tutti, tutti per uno. Nello spogliatoio non ci sono clan uno contro l'altro, ma non crediamo di sbagliare dicendo che c'è un'aria di scollamento che non giova certo a nessuno.

A grandi linee, si può immaginare il gruppo dei veterani (De Rossi, Kolarov, Manolas, Dzeko, Fazio) che non riescono a toccare con mano le ambizioni degli altri. C'è poi quello dei giovani (Kluivert, Zaniolo, Coric, Luca Pellegrini,che sarà multato per il cartellino rosso in Champions) che vorrebbe avere più spazio. E poi ci sono i singoli alle prese con problemi fisici e di personalità (Pastore, Perotti, Schick, Karsdorp, Marcano) che fin qui non sono riusciti a essere un fattore positivo. Il risultato non è un tutti contro tutti, assolutamente no, ma, come dicevamo, è l'impossibilità di creare quella chimica di spogliatoio, magari fatta anche di confronti forti ma trasparenti, che è alla base di tutto. E poi ci sono i rapporti con l'allenatore. Le parole di Florenzi e Manolas alla fine della partita di Champions sono state più di un campanello d'allarme. Qualcuno le ha interpretate come un messaggio alla società del tipo: guardate che se l'allenatore sarà messo alla porta, ne prenderemo atto. Punto e basta. Non il miglior viatico per un Di Francesco che in questo senso qualcosa ha sbagliato in un passato più o meno recente. Ovvero quel puntare il dito nei confronti dei giocatori per provare a spiegare risultati e prestazioni deludenti. Parole che, potete giurarci, nessuno ha dimenticato. E se i giocatori si allontano dal tecnico, il destino è segnato. Al Genoa la risposta.