Festa in piazza. Sembra una cosa normale ma a Roma, di questi tempi, mica capita così spesso. Una festa giallorossa in Piazza Testaccio, nel rione che significa Associazione Sportiva Roma. Dal primo pomeriggio tre enormi striscioni verticali sono spuntati dalle finestre: "Forza Roma", "Campo Testaccio" e "50 Testaccio".

Cinquanta come gli anni che compie il Roma Club Testaccio, istituzione del ventesimo rione, fondato nel 1969 da alcuni tifosi giallorossi perché semplicemente «un club non c'era». Lo racconta dal palco con le lacrime agli occhi Riccardo Felloni, uno dei fondatori: «Nacque in maniera naturale. E di strada ne abbiamo fatta insieme: non scorderò mai la festa per lo Scudetto del 1983». La sede è a pochi isolati di distanza, a via Branca 32, dove è migrato il club circa dieci anni fa dopo aver lasciato lo storico locale di via Vespucci. Tutta la serata è dedicata a Sergio Rosi, storico presidente del club scomparso poco meno di un anno fa e rimasto nel cuore dei testaccini.

È venerdì pomeriggio e si sente: la piazza con la Fontana delle Anfore, tornata non troppo tempo fa alla sua collocazione originale da piazza dell'Emporio, è piena di ragazzini che corrono, vanno in bici e calciano il pallone. Ma c'è qualcosa in più: un'aria frizzante si respira per le vie del rione e che accompagna tutta la serata. Sul palco il maestro Vittorio Lombardi intona "La canzone di Testaccio", inno romanista e del rione. Ai cantanti si alternano vecchie glorie giallorosse, da Aldair a Giannini. E alla fine arrivano anche alcuni dirigenti della società.

Fienga: «Conta solo vincere»

A fine serata Guido Fienga e Morgan De Sanctis portano la parola del club giallorosso sul palco di Testaccio. Queste le parole del Ceo della Roma: «Ci tenevamo ad esserci e a salutarvi. Questa è una festa troppo importante per tutti noi, perchè tutto quello che facciamo lo facciamo anche e soprattutto per guadagnarci il vostro orgoglio. Non è sempre facile ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. I primi a soffrire la frustrazione di vedervi lontani siamo noi. Negli ultimi anni solo una notte vi abbiamo visto orgogliosi di quello che abbiamo fatto, quella con il Barcellona, ma è poco anche per noi. Desideriamo quanto prima tornare a vincere qualcosa, non possiamo promettervelo ma vi possiamo promettere tutto il nostro impegno nel riconoscere gli errori che facciamo, ripartire e avere il coraggio di cambiare per fare quello che stiamo facendo anche quest'anno. L'idea di Fonseca? Sorge dalla Roma e in quel momento la società era guidata da me e la responsabilità di quella scelta è ovviamente la mia. Ma questo è il momento in cui la Roma viene prima di tutto. Non è la Roma di Fonseca, né di Fienga o De Sanctis. Noi cerchiamo di mettercela tutta».

Incalzato dalle domande sulla presenza di Pallotta a Roma, Fienga ha continuato: «James è una persona che sta dando tutto se stesso alla Roma. Recentemente gli abbiamo chiesto un aumento di capitale che significa compensare con i fondi propri per far ripartire la società che è stato approvato. Nella gestione quotidiana è un contatto assiduo, lui può dirvi tutto quello che succede. Il fatto che non venga qua dipende dalla sua vita e da una serie di scelte. Nell'ultimo periodo non ha ricevuto tanto calore dai tifosi. Può succedere pensarla diversamente: il caso De Rossi è il caso più violento di disaccordo. È stata una scelta della società di cui mi prendo la responsabilità, ma lo stiamo facendo solo per il futuro della Roma. Continuiamo ad investire nella Roma, possiamo sindacare se i soldi sono stati spesi bene o male ma li abbiamo spesi tanti. James soffre per la Roma quasi più di me, come un padre che vede un figlio che non rende. Con me il presidente si è impegnato a venire di più, lo vorrei anche io più a Roma. Credo che verrà. Sono un cronico insoddisfatto e non mi sento ancora di aver trovato una strada. Interessa solo vincere e speriamo di riuscirci. Se non vinciamo non siamo soddisfatti. Ma se vinciamo solo tre o quattro partite non esaltiamoci. O vinciamo alla fine o non abbiamo fatto niente».

Queste invece le parole di Morgan De Sanctis, anche lui sul palco testaccino assieme ai rappresentanti del gruppo giallorosso: «Sei anni fa sono entrato nella famiglia giallorossa. Quell'estate si veniva da una partita sfortunata che ha segnato la storia della Roma, mi auguro di poter essere testimone da dirigente gialloroso di una rivincita di quella partita. Quell'estate non c'erano umori altissimi. Il popolo giallorosso ha avuto delle grandi delusioni ma si è saputo rialzare. Ricordo bene la prima volta che ho avuto il contatto con il pubblico all'Olimpico. Dopo quel 26 maggio ho percepito la voglia di rivalsa e di combattere dei tifosi romanisti. In un certo senso, l'ultima estate è stata piena di cose particolari. Come successo allora con società, giocatori, squadra e tifosi eravamo ripartiti forti. L'auspicio adesso è che questo nuovo ciclo possa portare dei grandi risultati alla Roma. Io me lo auguro, come ho fatto sei anni fa da calciatore, cercherò di dare il massimo da dirigente».

Sul palco, oltre ai due dirigenti, si sono alternate vecchie glorie come Aldair, CandelaNela, Di Biagio, Cappioli, Chierico, Oddi, Peccenini, Tovalieri. Una battuta finale degna di nota, poi, quella di Giuseppe Giannini. L'ex capitano della Roma ha ricordato spontaneamente Agostino Di Bartolomei: «Ho ammirato i Campioni d'Italia e in particolare lui. A Testaccio si respira il cuore di Roma: quello che i giocatori dovrebbero capire subito, sempre». In attesa della prossima festa in piazza: perché non serve un trofeo per organizzarla.