Ho sperato che fosse lui a venire ad allenare la Roma sin dall'inverno scorso, quando il suo predecessore iniziò la sua lunga, tortuosa e infine francamente fastidiosa manovra di sganciamento. Da quando è arrivato non ha contraddetto – anzi, ha rafforzato – i miei motivi di fiducia e di speranza di vecchio romanista, sempre fedele, mai ottusamente credulone. Nel caso possano interessare qualcuno, li elenco rapidamente, al fine di spiegare perché – non si offenda l'anima di Benedetto Croce – non posso non dirmi eusebiano.

Per cominciare, Eusebio Di Francesco è uno di noi, o almeno io l'ho sempre giudicato tale, sin dai tempi della prima Roma di Zeman. So bene che tra i miei confratelli c'era, e magari c'è ancora, persino chi sperava, anni fa, che ad allenarci arrivasse Antonio Conte. Anche a prescindere dal lato estetico (che pure conta non poco), per me queste sono mostruosità: toglieteci il senso di appartenenza, fateci dire che purché si vinca va tutto bene, che non importa il colore del gatto purché mangi i topi, e ci avrete trasformato in imbecilli che si appassionano alla vista di ventidue strapagati giovanotti in mutande all'inseguimento di un pallone.

Ma non basta, naturalmente, essere uno di noi, anche perché tra noi non difettano, purtroppo, i maramaldi e gli straparloni. Eusebio, se Dio vuole, è esattamente il contrario. È modesto (solo i cretini pensano che modesto sia sinonimo di mediocre), civilmente attento (mai succubo, però) alle ragioni dei suoi interlocutori e dei suoi critici, convinto di sé e della sua idea di calcio senza risultare ideologico, come gli rimproverano di essere personaggi che pure non hanno la minima idea di cosa siano le ideologie, e quanto abbiano pesato e tuttora pesino nelle vicende umane, gioco del calcio e gioco della Roma ovviamente stracompresi. Questo suo modo di essere lo esprime non per iperboli travestite da enigmi, o per enigmi travestiti da iperboli (ogni riferimento al predecessore va inteso, si capisce, come del tutto casuale), ma in un italiano civile, non solo nella forma, che di questi tempi suona alle mie orecchie come una deliziosa rarità: quando per chiarire di che pasta è fatto si è definito "resiliente", e voi avete titolato in prima pagina "Ora e sempre resilienza", mi sono persino un po' commosso (anche se è vero che ai vecchietti questo capita spesso).

Qualcuno dirà che è facile spendere parole mielate su un allenatore quando si vince: persino sul predecessore si dice che la sua nuova squadra porta impresso il suo inconfondibile segno, anche se questa, sin qui, si è distinta soprattutto per la quantità di pali centrati dagli avversari. Vero. Ma a parte il fatto che, come ho detto, queste cose le pensavo prima che Di Francesco arrivasse, mi impegno solennemente a non rinnegarne neanche una se e quando dovessero arrivare momenti bui, difficoltà, amarezze. Ed è un impegno che prendo tranquillamente prima di tutto non perché sia d'accordo sempre e comunque con le sue scelte (ci mancherebbe), ma perché sono convinto che fin qui Eusebio ha fatto bene (a Milano, per esempio, ha vinto il suo calcio), e in futuro potrebbe fare anche benissimo. Ma qui mi fermo per le ragioni che ogni romanista (parlo di quelli che hanno conosciuto il dolore) conosce quanto me.