Paolo Calabresi, attore e papà di Arturo, calciatore della Roma attualmente in prestito al Foggia. Il calcio si è giustamente fermato di fronte alla tragedia di Astori. Allora non è vero che lo show deve andare avanti?
«Io questa cosa che lo show deve andare avanti non l'ho mai accettata. Chi l'ha deciso? Quale divinità? Nessuno. È una convenzione della società civile».

Si dice che sia per rispetto nei confronti del pubblico.
«Non raccontiamoci frottole: è pura convenienza, è sopravvivenza economica e sociale. Ci vuole sensibilità per capire e semmai distinguere caso per caso. Molte volte il mondo del calcio non ha avuto questa sensibilità, dall'Heysel in poi, non solo in Italia. Magari ci si nasconde dietro ai motivi di sicurezza quando invece il discorso è solo economico. Lo spettacolo si deve fermare quando è necessario».

Stavolta è stato fatto.
«E io faccio un applauso al mondo del calcio per questo».

A te da attore è capitato di doverti piegare alla dura legge dello spettacolo?
«Purtroppo sì. I miei genitori se ne andarono l'uno dopo l'altro, a distanza di pochi giorni. Erano pure giovani, mio padre 69 anni, mia madre 64. Purtroppo mamma si ammalò, le diagnosticarono un tumore, papà stava benissimo, ma quando si aggravò e i medici le diedero pochi giorni di vita, papà morì nel sonno dieci giorni prima di lei. Io, giovane attore trentaduenne, ero impegnato nelle prove prima di un debutto al Teatro Olimpico di Vicenza. Ovviamente mi precipitai a Roma e il funerale fu fissato proprio nel giorno del debutto. Nessuno mi chiese neanche se me la sentissi di rinunciare, così per evitarmi ulteriori stress dopo il funerale presi il treno e tornai in teatro e recitai come se niente fosse».

Terribile.
«Ho sempre pensato che fosse una legge terribile. I teatranti ne vanno fieri, sono orgogliosi di andare in scena in qualsiasi condizione. Può essere anche vero che così facendo rispetti il pubblico, ma io temo ci sia anche una specie di autocompiacimento. E poi c'è una cosa che taglia la testa al toro: il nostro silenzio è un modo per accompagnare i nostri cari nel loro ultimo viaggio, e sospetto che quel tempo sia molto prezioso anche per loro».

Conoscevi Davide? È stato compagno di squadra di Arturo nella Roma.
«Non cederemo mai al luogo comune secondo il quale se ne vanno sempre i migliori, ma in questo caso sarebbe giustificato. Arturo si unì alla Roma in quella tournée precampionato, per lui ogni giocatore era un caso da studiare e da cui imparare, ma di Davide mi ha sempre parlato in maniera particolare».

Ci hai parlato oggi?
«Era sconvolto, sotto choc. Sta tornando a casa, dopo il rinvio del campionato di B il Foggia ha dato a tutti i ragazzi un giorno di libertà».

E tu lo hai mai conosciuto?
«Ho di lui un ricordo particolare: una volta andai all'Olimpico per una partita e alla fine attesi Arturo fuori dallo stadio, lì c'era anche Davide che quel giorno non giocava, mi pare che fosse infortunato. Mi colpì perché venne lui a cercarmi e non per il mio mestiere, ma per dirmi belle parole su Arturo, dandomi rigorosamente del lei, mi colpì molto per l'educazione e il garbo».