Alla fine la differenza è tutta lì. Fra chi a un battito di ciglia dal triplice fischio di Collum già individua il capro espiatorio in qualcuno che indossa il giallo e il rosso; e chi nello stesso istante - o ancora dopo - trattiene a stento il fumo dalle narici per l'obbrobrio finale perpetrato dall'arbitro scozzese. Chi ha scelto la seconda via, non può fare altro che incanalare la sacrosanta rabbia per il torto (l'ennesimo) subito nella reazione più opportuna: la vicinanza alla Roma.

Il senso di giustizia violato si scioglie e al tempo stesso si rafforza in un abbraccio all'oggetto dell'amore che è stato tartassato. Non si tratta di sterile premura, né di eccessivo senso di protezione (per quanto non ci sia nulla di sbagliato nel voler difendere chi si ama), tantomeno di ricerca di alibi. È semplicemente la voglia di stringersi. Più di un po'. Fra chi vuole bene alla Roma. E con la stessa squadra, che sembra vittima di qualche nefasto sortilegio in questo periodo. Tormentata da una raffica di infortuni senza precedenti (e sì che da queste parti non sono nemmeno una spiacevole novità) e bistrattata dagli arbitri, dentro i confini come in campo europeo.

Difficilmente giovedì sera qualcuno avrà pensato «potrebbe essere peggio, potrebbe piovere» come il memorabile Marty Feldman di Frankenstein Junior, anche perché già alle prese con il nubifragio abbattuto sull'Olimpico, non soltanto metaforico. Eppure nessuno si è abbattuto. Anzi. Tutti si sono battuti. In campo i giocatori, che hanno disputato una gara gagliarda e tosta contro la prima della classe in Germania. E non fosse stato per Collum e il suo "tesssoro" di fischietto portato alla bocca senza un senso logico, avrebbero portato a casa gioco, partita e incontro. Ovvero tre punti, il vantaggio nello scontro diretto con l'avversario più temibile e una seria ipoteca sul passaggio del girone, probabilmente in vetta.

Invece ora è tutto sbagliato, tutto da rifare. Con loro si sono battuti però anche i romanisti sugli spalti, nell'unico modo possibile: tramite voce e colori, provando a spezzare quel canto incessante dei seimila di Gladbach e restituendo alla Capitale le tinte che gli appartengono. Stretti alla propria squadra come con una catena a prova di tenaglia. Doppia mandata e provate a staccarci, se ci riuscite. Non ci riesce nessuno. Tantomeno chi prova a indirizzare le colpe di un mancato successo su Florenzi, "reo" di aver fallito un'occasione d'oro nel finale. Vero. Ma il giorno prima perfino Messi si è divorato un gol fatto. Si può sbagliare, anche se sul momento l'errore attira imprecazioni. Tutti possono, tutti lo fanno.

È fondamentale anche averne il diritto, senza scontarlo con qualche pena accessoria, ben oltre le proprie colpe. E la Roma di questa fase non merita processi sommari. Al contrario. È viva e lotta insieme a noi, anche contro le più disparate avversità. Perciò riesce a compattare. A legare forte gli anelli di una catena che è reazione quanto sentimento. In fondo il 24 ottobre col Borussia non è altro che il giorno dopo il 23. Quello del «Ti amo».