La parola d'ordine è diventata "interpretazione". O meglio, è tornata ad esserlo. Esattamente come nell'era precedente a ogni applicazione della tecnologia al calcio. Prima toccava all'arbitro decodificare il regolamento a seconda delle dinamiche delle azioni incriminate (e spesso delle squadre coinvolte). Ora l'esegesi è duplice: direttore di gara e addetto al Var.

Nelle ultime settimane - se non in tutta la stagione - ci è stato svelato che tutto va ricondotto a Lei, la madre di ogni (non) decisione. Nostra Signora Interpretazione. Dell'uno e dell'altro. Panacea utile a placare ogni tentativo di rimostranza sul nascere. O per i più maliziosi, a far valere tutto e il contrario di tutto allo stesso modo. In tre parole: il Var morto. Anche noi non ci sentiamo molto bene, parafrasando chi dalle nevrosi ha tratto la maggiore fonte di umorismo. Ma qui c'è poco da divertirsi, se quello che avrebbe dovuto fungere da garanzia contro gli errori umani è diventato uno strumento ostaggio dell'umana fallibilità. A questo punto tanto vale farne a meno. Anche perché quando qualche episodio coinvolge la Roma come possibile parte lesa, in sala monitor tendono sempre a girarsi dalla parte opposta, a distrarsi. Quantomeno ad avallare la scelta arbitrale, quindi a decidere di non decidere. Troppi episodi dubbi (eufemismo) non hanno richiamato una seconda visione.

In particolare nelle sfide contro l'Inter di questo biennio introduttivo del Var, i giallorossi sono stati davvero poco fortunati. Dallo sgambetto di Skriniar a Perotti della scorsa stagione ignorato dalla coppia Irrati-Orsato; al fallo netto di D'Ambrosio su Zaniolo nella gara d'andata di quest'anno, che non ha richiamato le attenzioni né di Rocchi, né di Fabbri. Per finire col braccio galeotto di Borja Valero sabato scorso: episodio circoscritto a un siparietto fra Calvarese all'auricolare dell'arbitro e una parola del fischietto semicelata al microfono. Il bacio di Guida all'ora di cena pre-pasquale e tutti contenti. Tranne chi è stato crocifisso da questi singolari tandem in libertà (di ledere sempre nella stessa direzione), in tre occasioni su quattro. Un po' troppe, considerato anche che le due squadre sono state l'anno passato (e sono tuttora a parti invertite) contendenti dirette per la corsa all'oro della Champions. A qualche malpensante devono essere tornate in mente anche le parole pronunciate dai vertici del nostro calcio, sulla necessità di rivedere entrambe le sponde di Milano in pianta stabile nella competizione che conta (e che porta vagonate di soldi e magari aiuta a rientrare in qualche parametro sforato del fair play finanziario).

Chi ha in testa la Roma prima di tutto, può limitarsi a tornare indietro con la memoria al fallo ignorato di Albiol su Dzeko a Napoli; al calcio di Simeone in faccia a Olsen che a Firenze ha capovolto il regolamento regalando un rigore ai viola; alla spinta non contemplata di Samir su Pellegrini a Udine; al rosso risparmiato a Cionek dopo fallo (sanzionato) in chiara occasione da gol su Dzeko a Ferrara; e alla puntualità con cui all'inverso la tecnologia è sempre stata utilizzata. Come è giusto che sia. Così sarebbe giusto perfino nell'annus horribilis romanista avere rabbia e rimpianti soltanto per responsabilità proprie. L'una e gli altri consistenti e mai negati da queste pagine. Ma proprio perché a sbagliare siamo stati bravissimi da soli, dateci il nostro. Soprattutto ora che ci sarebbero quei posti davanti al Var dove decidere.