Erano gli anni dei Rolling Stones, dei Beatles e dei Doors. Gli anni del Vietnam e dell'assassinio di Martin Luther King.Gli anni del Grande Sogno, di un futuro diverso, di quel "pace e amore" che sarebbe poi stato spazzato via dagli anni 70. Erano gli anni della Roma dell'Antimago Oronzo Pugliese e del Mago Helenio Herrera, la Roma di Capello, Losi e Peirò. Era la Roma di Giuliano Taccola, morto a venticinque anni per un arresto cardiaco nello spogliatoio dello Stadio Amsicora di Cagliari. Fu lui, quel ragazzo di Uliveto Terme figlio di un venditore ambulante, a regalare alla Roma l'ultima vittoria contro la Spal in Serie A. Perché al termine di quella stagione la squadra biancazzurra scese in B, quindi in C, e non ha più visto il massimo campionato per cinquant'anni.

È una domenica pomeriggio, l'8 ottobre del1967: al Comunale di Ferrara si gioca la terza giornata, e i giallorossi, reduci da un pari a Milano contro la Grande Inter e da una vittoria sul Napoli di Zoff e Altafini, faticano a scardinare il fortino avversario. Ci pensa Giuliano al 72', con un'azione che lo racconta forse meglio di qualsiasi ritratto. Un'azione caparbia, ostinata e allo stesso tempo elegante: uno slalom vellutato, quasi un volo - il volo di un passero, anzi, di una taccola - tra due difensori in cui vince un paio di rimpalli, quindi fa sedere anche il portiere, lo supera e deposita il pallone nel sacco. È il genere di gol che in quel periodo vedono spesso Oltremanica, una rete alla Georgie Best. Ma Taccola non ha nulla a che vedere con il "quinto Beatle",lui è un attaccante vero e proprio, completo, moderno, anzi futuristico per l'epoca. «Era un toscano sveglio, furbo, velocissimo. Aveva un tiro molto potente e si sapeva smarcare - racconterà Ciccio Cordova- aveva tutte le doti di un grande attaccante». I tifosi della Roma si innamorano in fretta di lui. Tra tutte le sue qualità, all'Olimpico apprezzano la sua determinazione, la sua voglia di lottare su ogni pallone,il suo spirito di sacrificio. Si riconoscono nella sua voglia di farcela, di superare tutti gli ostacoli. Perché Giuliano è andato via di casa che era poco più d'un bambino e si è inventato il suo futuro correndo dietro ad un pallone. È un uomo "di strada", uno che sa cosa significhi rimboccarsi le maniche e darsi da fare: si sposa a diciannove anni e a venticinque ha già due figli. Due bambini che però non vedrà crescere, perché in quello sciagurato pomeriggio del 16 marzo 1969 il suo cuore si arrenderà. Una tragica fatalità, ma forse anche un'imperdonabile noncuranza nei confronti dei suoi problemi di salute. Partiti con una tonsillite all'apparenza innocua ma testarda, che gli provocava frequenti attacchi influenzali. Di concerto con i medici, decise quindi di toglierle una volta per tutte. A due settimane di distanza dall'intervento, era di nuovo in campo ad allenarsi con i compagni: un po' perché la voglia di tornare a giocare era tanta, un po' perché Herrera premeva per il suo rientro.

A Genova contro la Sampdoria lo manda in campo, ma un colpo duro al malleolo lo costringe ad uscire anzitempo. È delibitato e ha perso molto peso, i compagni dell'epoca raccontano il suo pallore quel pomeriggio a Cagliari, dove era andato con la squadra pur non essendo convocato. Negli spogliatoi, a partita ormai conclusa, si accascia a terra: il massaggiatore giallorosso Minaccioni, aiutato dal medico del Cagliari, tentano di salvargli la vita praticandogli la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco, ma quando l'ambulanza che lo ha prelevato giunge all'Ospedale Civile, Taccola ha già cessato di respirare.La sua cartella clinica, in cui si parla di morte per insufficienza acuta cardio-respiratoria, viene posta sotto sequestro dalla Procura del capoluogo sardo. Nei mesi e negli anni a seguire non verrà mai fatta totale chiarezza sulle cause della sua morte; quel che è certo è che Giuliano soffriva di una cardiopatia che non fu diagnosticata nella sua esattezza e nella sua gravità. Con controlli più attenti, come quelli introdotti negli anni successivi, probabilmente la tragedia avrebbe potuto essere evitata. Ci sarà anche il suo volto, fra quei "figli di Roma, capitani e bandiere" ricordati dalla Curva Sud nella coreografia del derby dell'11 gennaio 2015. Perché pur avendo vestito per due sole stagioni la maglia giallorossa, quel ragazzo toscano era riuscito ad entrare nel cuore della tifoseria. Gli era bastato poco, quel poco che in fondo è tutto: aveva lottato per la Roma, aveva dribblato e segnato per lei, aveva fatto cantare i tifosi. Come in quel pomeriggio di cinquant'anni fa, quando regalava la vittoria alla sua squadra con uno slalom. È senza dubbio l'immagine più bella che ci resta di Giuliano:un ragazzo che corre per andare a fare gol, perché è tutto ciò che lo rende felice.