C'è una bandiera bianca e blu al centro della Curva Ovest della Spal. E dipinto su di essa il volto di Federico Aldrovandi. Un eterno diciottenne a cui è stato negato il futuro in una mattinata di settembre del 2005. «Tanti giovani possono morire a quell'età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze di Federico Aldrovandi», parole del giudice Francesco Caruso nella sentenza di uno dei processi più controversi della storia recente. Tutto ebbe inizio in un sabato sera come tanti. Era il 24 settembre di dodici anni fa. Federico era salito a casa poco prima delle 23 per cambiare il paio di scarpe logorato giocando a pallone. Il tempo di prepararsi per una serata di musica in compagnia degli amici. Aveva compiuto diciotto anni da un paio di mesi, Federico, studente dell'I.T.I Copernico Carpeggiani con la passione per il karate e la Spal. Come papà Lino prima di lui, poliziotto della Municipale che fin da piccolo l'aveva vestito con una maglia a righe biancoblu, sotto gli occhi premurosi di mamma Patrizia, impiegata comunale. «Che ha fatto oggi la Spal?», chiedeva da bambino al papà-tifoso. Intorno alle 5 del mattino di domenica si era fatto lasciare nei pressi di Via dell'Ippodromo per percorrere il chilometro che lo separava da casa, come d'abitudine. Non vedendolo rincasare e abituati all'estrema premura nell'avvisare, verso le 6.45 i genitori iniziano il giro di telefonate tra amici e conoscenti. Nessuna risposta. Squilli a ripetizione. Fino a quando, intorno alle 8, è la voce di un poliziotto ad informare del ritrovamento del cellulare, ma non del figlio. Passeranno altre tre ore prima dell'arrivo di Nicola Solito, ispettore della Digos e amico della famiglia Aldrovandi. La testa bassa di chi non sa come rispondere prima di un annuncio pesante com'è pesante il mondo.

Federico era stato trovato morto intorno alle 6 nel parco adiacente Via dell'Ippodromo e l'intervento di due volanti non aveva potuto evitare l'accaduto. E mentre la Spal entrava in campo con l'Ancona, le pagine della cronaca locale informavano dell'accaduto: «Ragazzo ucciso da malore» prima, «Scaricato dall'auto degli amici in fuga», poi. Si parla di un cocktail mortale di cocaina ed LSD mentre prosegue la ricerca di testimoni, considerando la vicinanza del luogo della morte con molte abitazioni. E' lo zio Franco Aldrovandi l'addetto al riconoscimento del cadavere, un infermiere che dall'alto della sua esperienza nota subito delle lesioni sospette. Tuttavia il 29 settembre, due giorni prima della conclusione dell'autopsia, viene emesso un primo verdetto. Non più overdose, ma di nuovo un misterioso malore. Qualcosa non torna e così nel gennaio successivo mamma Patrizia decide di aprire un blog per raccontare la storia di Federico, di come alla morte di un figlio «non si sopravvive». La pubblicazione della foto che ritrae Aldro, questo il soprannome, in una pozza di sangue attira testimonianze, squarciando un silenzio sordo, assordante. C'era un cartello nel luogo della morte di Federico. "Zona del silenzio", un monito per ricordare quanto la mancanza volontaria o meno di parole fosse dolorosa per quella famiglia. «Avevamo sollecitato i giornali, ma non volevano parlare» affermerà in seguito mamma Patrizia, che nel frattempo aveva trovato negli stadi un megafono per diffondere la storia.Striscioni per Federico iniziano a campeggiare nelle curve da Ferrara a Roma, da Nord a Sud. La morte del giovane Aldrovandi finisce in Parlamento, dove il ministro Giovanardi nel corso di un'interrogazione parla per la prima volta di due manganelli rotti nella colluttazione tra gli agenti e il giovane, sottolineando il suo esser fuori di sé a causa di droga ed alcool.

Una versione attendibile in assenza di testimoni. Almeno fino al 16 giugno del 2006. Una donna camerunese confessa di aver visto i quattro agenti lasciare Federico a terra, inerme, con lesioni sparse su tutto il corpo. 54 lesioni per la precisione, di cui circa 10 causate dall'uso di manganelli. Seguirà la prima manifestazione per l'anniversario di morte,con mamma Patrizia, papà Lino e il fratello Stefano a reggere un lungo telo: «Verità grido il tuo nome». Nel giugno del 2007 il Pm Nicola Proto scopre che il verbale dell'intervento era stato manomesso, in particolar modo l'orario in cui la pattuglia Alfa 3 era arrivata sul posto. Gli interrogativi portano così alla decisione di andare a processo, con gli imputati Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto che si avvalgono della facoltà di non rispondere in merito all'accusa di omicidio in eccesso colposo. 34 udienze, dozzine di testimonianze e ancora sei perizie, fino alla scoperta del professor Thiene. La foto del cuore, inizialmente sparita dal dossier, rivela la causa della morte: compressione toracica. Non un malore, ma il risultato di una violenza cieca. Il 21 giugno del 2012 la Corte di Cassazione condanna i quattro imputati a 3 anni e sei mesi di reclusione, di cui 3 anni condonati dall'indulto, cui seguiranno altre tre condanne verso funzionari di Polizia per omissione d'atti di ufficio e favoreggiamento. C'è una bandiera bianca e blu al centro della Curva Ovest della Spal. E' lì per ricordare come il dolore di una famiglia sia stato capace di squarciare un silenzio meschino. Una famiglia a cui nessuna giustizia potrà riportare quel figlio diciottenne ed il suo correre inquieto.