Questione di tempi. Vale sempre. Nella vita, nel lavoro, nelle relazioni sentimentali, nello sport, nel calcio. Se li sbagli, i tempi, la conseguenza quasi sempre fa rima con fallimento. Quello con cui la Roma sta facendo i conti. In campo e fuori.

Ci sono molti indizi che possono dare almeno una parziale spiegazione a tutto questo: il mercato non è stato un successo, Nzonzi, Pastore e Kluivert, i tre acquisti più costosi, in panchina nel derby stanno lì a dimostrarlo; una squadra che non è mai stata una squadra inseguendo il calcio di Di Francesco che a questo punto temiamo non sia chiaro neppure a Di Francesco; i troppi infortuni muscolari, oltre trenta, che hanno fatto da filo conduttore per tutta la stagione; la scelta, ve possino, di soprassedere nel mercato di gennaio a qualsiasi operazione quando l'evidenza della necessità di un difensore centrale era chiara anche a chi non ha mai visto calcio.

Eppure i campanelli d'allarme si erano fatti sentire sin dal primo tempo di Roma-Atalanta, seconda giornata di campionato, quando la squadra B di Gasperini prese letteralmente a pallonate la nostra Roma. E poi Chievo, Bologna, Spal, Udinese, Cagliari, ancora Atalanta, ma pure le precedenti due al derby, Bologna e Frosinone vinte ma giocate da mani nei capelli, le sette pappine incassate in coppa Italia a Firenze.

Tutto questo per dire che di tempi per prendere una decisione ce ne sono stati tanti, tempi per capire che c'era bisogno di provare a cambiare qualcosa. A partire dall'allenatore che sabato sera, dopo un derby immaginato, preparato e giocato da dilettanti allo sbaraglio, abbiamo ancora una volta sentito parlare di concetti, senza rendersi conto che molto ma molto probabilmente, quei concetti a cui fa riferimento con questa squadra, con questi giocatori, con questa rosa, non è possibile metterli in pratica. Invece, niente. Sperando e insistendo nella ricerca di una squadra che non è mai stata tale. Per dire: qual è il modulo della Roma? Qual è non diciamo un undici titolare, ma uno scheletro di squadra titolare? Quali gli esterni alti? Quale l'esterno destro basso? Dov'è il senso del gruppo, la solidarietà dello spogliatoio, quella voglia di essere tutti per uno, uno per tutti? Non c'è nulla di tutto questo e, a marzo, continuiamo sentir dire, «bisogna lavorare per migliorare» che è una verità in assoluto, ma a Trigoria ci pare ne abbiano abusato.

Ora gli appelli sono finiti. E veniamo a sapere che in caso di eliminazione dalla Champions (sia chiaro: speriamo di no), la storia di Di Francesco sulla panchina della Roma sarà al capolinea, per lasciare spazio a un traghettatore fino alla conclusione della stagione. Sempre per quella questione di tempi, sarebbe comunque una scelta fuori tempo massimo, i buoi sono scappati e andarli a ritrovare (quarto posto in campionato) tutto è meno che semplice. Ma sarebbe comunque sacrosanto farlo, a patto di avere le idee chiare per il futuro. Un traghettatore, chiunque esso sia, non può garantire l'orizzonte che merita la gente romanista. L'orizzonte può essere solo un grande allenatore, in grado di dare identità, gioco, anima a una Roma che quest'anno è stata capace di tradire anche se stessa.