Tutto della Roma. Tutto per la Roma. Da sempre. Ma ora di più. Nella settimana orribile del calcio azzurro, Daniele De Rossi ha fatto calare il sipario sulla sua avventura in Nazionale, l'unica squadra che gli ha fatto "derogare" dall'assolutismo a tinte gialle e rosse. L'uscita di scena è stata da standing ovation: carismatica ai bordi del campo, elegante a giochi fatti. Con un corollario venuto alla ribalta soltanto a riflettori spenti: le scuse portate ai colleghi svedesi per i fischi al loro inno. Soltanto chi non conosce la sua storia, o chi è preda di pregiudizi, può rimanere meravigliato di fronte a quella enorme statura morale mostrata una volta ancora. Perché uno così non si inventa da un giorno all'altro. Se signori si nasce,lui è nato tale. E Daniele scala le vette da quando ha messo piede nel calcio professionistico, probabilmente anche da prima. Lo fa a mani nude, senza aiuti di sorta, con naturalezza. L'iperbole è la banalità del gesto, tanto ne è avvezzo, proprio per uno che alla fiera della banalità e dell'ordinario non si è mai iscritto. Nel 2006, il giorno della Festa del papà, fa inorgoglire padri e figli romanisti, ammettendo di aver segnato con la mano e facendosi annullare una rete già convalidata. L'anno prima era stato l'unico a non arrendersi all'osceno spettacolo di un derby all'insegna del volemose bene: uno 0-0 senza tiri in porta fra due squadre invischiate nelle parti basse della classifica. Nel 2011, mentre la città chiede la testa di Luis Enrique, lui si schiera dalla parte del tecnico perfino quando lo punisce per un ritardo di qualche minuto. E ancora e ancora, sempre dalla parte del compagno più in difficoltà, del pensiero meno comune, di tifosi o allenatori da proteggere dalla scure forcaiola.

Pensare che tutto questo sia ostinatamente, profondamente e completamente romanista, non può che inorgoglire chi ama i colori giallorossi. A maggior ragione oggi, che si marca la distinzione più potente fra la squadra della Capitale e tutti gli altri. Oggi De Rossi sarà per la prima volta il Capitano designato da inizio stagione in un derby. Il suo braccio è già stato ornato dalla fascia, ma i gradi sono stati di Totti per un ventennio. E lui è stato degnissimo scudiero del re. Anche perché alla gloria personale ha sempre anteposto quella di gruppo, come ha ormai scoperto anche il resto del mondo, seppure soltanto nella notte della débacle italiana contro gli svedesi. Evidentemente fino a quella notte concentrato a guardare il dito, anziché l'unica luna che ha illuminato i cieli bui del nostro calcio. Per chi ha a cuore le sorti della Roma non c'è alcuna novità. Solo un enorme senso di appartenenza: Daniele è il nostro vanto, la nostra identità. Da rimarcare proprio di fronte ai dirimpettai, nella sfida che segna il confine e la giusta distanza fra noi e loro. Il Capitano designato non ha più alcun aggettivo temporale, semplicemente perché è passato, presente e futuro insieme. De Rossi è Capitan Roma perché è essenza stessa del romanismo più autentico e più elevato. Perché della Roma è portatore sano di valori, bandiera e simbolo. Perché alla Roma sta per dedicare in esclusiva, senza nemmeno il surrogato azzurro,l'ultimo scampolo di una carriera maiuscola. Dopo averle dedicato una vita intera.