Preparata. Voluta. Meritata. Pure striminzita. Perché se ripercorriamo i novanta minuti di questo primo atto degli ottavi Champions, la Roma al fischio finale avrebbe meritato di rientrare negli spogliatoi con quel doppio vantaggio. Doppio vantaggio che si era costruito, con meriti evidenti, se ne faccia una ragione anche quel rosicone di Sergio Conceicao, in un secondo tempo da squadra che voleva dimostrare di essere più forte.

Un doppio vantaggio costruito da un campione come Dzeko con un assist e un palo (ma quanti ne ha presi pure quest'anno la Roma?), trasformati in oro da un ragazzetto con la faccia da strafottente che risponde al nome di Nicolò Zaniolo, uno che, partita dopo partita, sembra sempre più all'inizio di una carriera in cui la normalità sono e saranno gli effetti speciali.

L'unico problema di una Roma che è stata squadra nel senso pieno della parola dal primo all'ultimo minuto, è che se una cosa può andare storta, alla Roma va storta. Lo certifica la nostra storia. Che ieri sera si è arricchita di un nuovo capitolo, cioè quel gol incassato che non lo sanno neppure i portoghesi, un tiro svirgolato da sigla di Mai dire gol che si trasforma in una assist perfetto per Adrian Lopez proprio nel momento in cui la sensazione era che la Roma fosse padrona del campo. Un gol che rende assai più complicati i novanta minuti della gara di ritorno, in uno stadio che sarà una bolgia, contro una squadra che sa come noi, anzi meglio di noi, come si preparano queste sfide, forte di una tradizione e di una storia che pochi altri club possono vantare, arrogante al punto giusto per far sentire il peso di giocare in casa.

Ecco, la Roma a Oporto tutto dovrà fare meno che pensare di gestire il vantaggio che pure c'è e non è una cosa di poco conto. Un po' perché la Roma, storicamente, non è una squadra in grado di gestire un vantaggio, un po' perché non è che in difesa sia una garanzia, un po' perché dovrà andare in Portogallo con la faccia cattiva per entrare in campo puntando a fare gol. Di Francesco lo ha fatto capire nel dopo partita. Perché anche lui sa che, come ci avrebbe detto Agostino Di Bartolomei, per issare il vessillo ci sarà bisogno di essere la Roma migliore.