Sì, d'accordo, stiamo calmi, bando alle esaltazioni eccessive, zero spavalderie. E via snocciolando tutti i luoghi comuni che nel luogo meno comune del globo è sempre bene tenere a mente. Ma la vita è adesso e il momento va fermato, fotografato. Perché no, goduto. Anche per liberarsi della zavorra incapacitante del mainagioia. Magari trasformandolo in Mou na gioia. Perché Lui è qua e ora sì, subentrano le certezze. Gli occhi sono stati stropicciati per quattro mesi, prima di realizzare che è davvero JM il signore che si agita intorno a quella panchina più che sedercisi. Che vive quei colori, più che indossarli e basta. Che trasmette passione perché di passione si nutre, e quale posto migliore di Roma per un mutuo scambio simile? José uno di noi, slogan buono per ogni latitudine toccata, ma un po' di più da queste parti. Paradossalmente proprio perché non lo è stato mai prima, si è perfino trovato dall'altra parte della barricata facendoci pure soffrire. Ma come nessuno sa interpretare i sentimenti dei popoli che lo accolgono. Lui non incontra, sposa. Si cala nella parte forse, ma vivendola, da attore di primissima grandezza. Sublimazione del metodo Stanislavskij. Ben sapendo che in amore il tempo è un concetto relativo: l'intensità conta molto più della durata. E il tizzone che sprigiona fuoco non può che trovarsi nell'empatia. Se una certezza appare ormai acquisita, è la corrispondenza d'amorosi sensi fra lo Special One e la gente romanista. Quella che ha interrotto l'incredulità diffusa e convinto tutti che sì, Mourinho è della Roma. Convinzione che deriva dalla sovrapposizione. Perché ha impresso a questo universo (club, squadra, tifosi, tutto) le sue fattezze. Vera e propria sindone calcistica.

Un inedito così in breve. Non ci era riuscito (subito) Liedholm, arrivato la prima volta da gigante del campo in una piazza lontana dalle grandi ambizioni; e la seconda da gigante della panchina, ma in una squadra a un passo dai sogni, non ancora dentro. Tantomeno c'era riuscito (neanche in seguito) il freezer emozionale Capello, troppo distante dal carattere di un popolo cui pure ha regalato la somma gloria. Ma senza scintilla il rapporto può anche essere proficuo, restando sempre più prosa che poesia. E certo non divampa nell'anima. Per toccare quelle corde serve un dono innato. José lo possiede. Fa parte di un'indole che lo fa amare ovunque vada e odiare da tutti i suoi avversari, esattamente perché s'identifica con la sua squadra, ne incarna l'essenza più profonda. Il romanismo ne aveva bisogno quasi carnale. Soprattutto dopo gli ultimi anni: svuotato dall'addio di Totti, stordito da quello di De Rossi, slegato da un periodo in cui assembramento e distanziamento hanno capovolto le rispettive accezioni originarie. Che l'avvento di Mou sia coinciso con la rinascita della speranza e col ritrovamento del senso di comunità, è forse più di un caso. I tifosi, suoi e perfino avversari, sono linfa per José più che per chiunque altro. La richiesta dell'inno con la squadra già in campo è stata sintomatica. Come lo è stata l'intonazione spontanea di chi era a Salerno. That's amore. Passione. Mou na gioia.