Un bel compleanno. Una vittoria di quelle belle, leggere, tipo una canzone di George Harrison solista, una mattinata fresca di sole e cotone, una brillante commedia ambientata a New York. Pura primavera a Ferrara. Tutto liscio, tutto giusto, tutto profondamente giusto quando vince la Roma, anche se in questi giorni invece ci sembra tutto drammaticamente giusto (come se il cielo ci abbia finalmente avvistati).

Segnali belli e un po' ovunque: dopo l'autorete dell'ex di Zukanovic, quella di un altro mezzo ex, non tanto perché qui ha giocato soltanto nelle giovanili, ma perché non ha fatto che dichiarare in settimana di essere laziale. Due autoreti di fila a favore della Roma sono un vaffa potente e sonoro al mainagioismo che si merita anche altri insulti.

E poi: Silva che non ha mai giocato e gioca bene; Peres che giocava sempre male e mo gioca quasi sempre bene; la prova di Gonalons che se Di Francesco ne parla tanto bene qualcosa vorrà dire; la fascia a Manolas a cui personalmente ho ritagliato la maglietta della Roma sulla pelle dopo la spizzata a Ter Stegen; il primo gol di Schick, anche se pare un'ingiustizia giudicare un giocatore così da questa contabilità qui: guardate l'assist sprecato da El Shaarawy al microscopio e ci troverete distinti filamenti di dna di Pallone. Tutto abbastanza bello. Molto no, e non solo perché Pizzul commentava quella notte...

Grazie a Roma-Barcellona abbiamo finalmente fatto pace con la sobrietà e apprezzato veramente gli aggettivi e i superlativi assoluti. Non tutto è incredibile, pazzesco, unico, storico, leggendario, ma solo quello che stiamo vivendo in questi giorni noi romanisti. Semplicemente emozionante. Strano. Bello. "Però sta zitto", sì certo. Però bello. Ieri è stato un refrigerio, un balsamo, una brezza. Perché comunque adesso so' finite le scuse, eh sì, ce tocca.

Basta scuse pure quelle talmente sagge e giuste che non erano tali, come: pensiamo al Genoa, pensiamo alla Spal, (Senza Pensare Al Liverpool), ma più che acronimi erano chiarissime fregnacce. Bluff da ragazzini.

Perché se per la squadra dovevano valere davvero, e se è vero che ogni volta che scende in campo la Roma il cuore s'emoziona, ogni romanista da quando c'è stato il sorteggio non ha mai, mai, mai smesso di pensare un attimo al Liverpool. Ad Anfield. Al ritorno. All'andata di 34 anni fa. Alla semifinale di Coppa Campioni. Stordisce ancora dircelo che siamo in semifinale della Coppa dei Campioni, poi ci aggiungi sopra il Liverpool e la trance emotiva la giustificherebbe pure un alieno. Noi siamo gli alieni in questi giorni. Tutto il resto, tutto ciò che non riguarda Roma-Liverpool è contorno, sfondo, ben che va profondità di campo (Anfield? Ieri intanto abbiamo battuto Everton). Adesso siamo autorizzati a ufficializzare tutto quell'enormità che abbiamo dentro. Da pochi giorni e da troppo tempo. Mo c'avemo da fa. C'avemo da fa veramente. Ieri era necessario vincere non solo per i tre punti pesantissimi, ma per omaggiare Roma. Mamma. Anche se il tempo è relativo, anche se chi è eterno non festeggia compleanni e anche se ci sono 90' che valgono 34 anni. O una vita.